Twitter è pronta a quotarsi e Linkedin e Facebook, dopo una quasi-bolla iniziale, sono in rapida risalita sul Nasdaq.
Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com, diventerà proprietario unico del Washington Post e Microsoft di Nokia e dei suoi brevetti.
Tutte queste operazioni, molto diverse una dall’altra, confermano quanto i confini tra old e new economy siano ormai poco identificabili e che Internet è sempre più la nuova frontiera dell’economia mondiale: l’unica al momento per rilanciare marchi fino a pochi anni fa leader del mercato di riferimento ed oggi in grosse difficoltà (come Nokia, ad esempio) o ridare ossigeno a settori in crisi da tanto come media tradizionali e tlc o in restyling finanziario perché erogati da aziende esposte al rischio Paese (come i servizi bancari e assicurativi). Senza trascurare la visibilità che tanti piccoli soggetti economici riescono ad assicurarsi proprio (e spesso, solo) attraverso la Rete.

Per strategie, difficoltà o altro, la Rete acquisisce sempre più peso nell’economia globale e nei Paesi del G20 l’economia del Web ha già raggiunto un valore pari al 4% del Prodotto interno lordo, contribuendo in media al 21% della crescita annua dell’economia nel suo complesso.
I dati, da uno studio realizzato dalla società di consulenza Boston Consulting Group (Bcg) presentato lo scorso anno, si fermano al 31 dicembre 2011, ma il trend in salita della Web economy è ben evidente e ancora alle prime fasi, specie se si pensa, si legge nel documento della Bcg, che entro il 2016 ci saranno tre miliardi di persone collegate alla Rete su vari dispositivi, poco meno della metà della popolazione mondiale: allora l’impatto di questo boom sarà davvero notevole e l’economia del Web varrà 4,2 trilioni di dollari.

Le aziende che beneficeranno più di tutte del boom globale della Rete, sottolinea l’analisi, saranno le piccole e medie imprese che avranno investito nei servizi online, garantendo una crescita del proprio business del 22% più di quelle che invece avranno ignorato quest’opportunità.
Se è la Gran Bretagna a guidare i Paesi in cui la Web economy ha maggior peso sul Pil, specifica lo studio, a sorprendere è l’Italia Digitale che, dovendo colmare un forte ritardo rispetto al resto dei Paesi sviluppati, “crescerà del 12 per cento da qui al 2016, più dell’11% inglese”. Nel Regno Unito, tuttavia, la visibilità online di un’attività spinge già dell’11,5% l’acquisto dell’oggetto nel negozio fisico, mentre in Italia, in prospettiva, il contributo della Rete nel 2015 oscillerà tra il 3,3 e il 4,3% del Pil. Ma i settori mobile e wireless stanno spingendo l’economia legata al web in tutto il mondo e l’Italia non è immune alla tendenza.

Anche l’occupazione sul Web, trascinata dal raddoppio del personale da parte di Amazon.com e Google, è in crescita: nel 2011 ci sono state circa 14 milioni di assunzioni in tutto il mondo, un dato in crescita del 6% rispetto all’anno precedente. Le prime 250 aziende del mercato tecnologico Usa, ricorda la Bcg, hanno fatto segnare una crescita del numero degli occupati del 4% nel 2010 e del 6% nel 2011.
Che i mercati tradizionali stiano diventando sempre di più informatizzati e in Rete sembra inevitabile. Come sembra evidente, a quanto pare, che toccherà alle stesse società protagoniste del boom della Rete provare a rilanciarli.