In questi giorni si fa un gran parlare di un’iniziativa su Facebook che prende di mira il Vaticano e chiede che le istituzioni religiose siano sottoposte al regime fiscale dello stato italiano.

I prelati hanno sottolineato la confusione tra Dio, chiesa, papa e fede presente in queste pagine, senza soffermarsi troppo sull’argomento.In politica invece, prendendo la palla al balzo, si è discusso un po’ dell’ipotetica tassazione da applicare alle attività commerciali svolte dagli enti religiosi.

Fino a che si tratta di Ici, insomma, niente in programma ma se un ente religioso svolge un’attività commerciale, questa deve essere inserita nel quadro fiscale italiano.

In questa linea di pensiero s’inserisce una sentenza della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, la numero 17399/11 depositata il 19 agosto.

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso fatto da un portiere impiegato in un convitto religioso, rinviando comunque l’ultima decisione alla Corte d’Appello di Roma.

In pratica si vogliono “secolarizzare” le comunità che appartengono a degli ordini religiosi ed offrono ospitalità a pellegrini e cittadini dietro pagamento di una piccola somma.

Questi convitti, secondo la Corte di Cassazione, svolgono un’attività commerciale, per questo gli impiegati nell’impresa devono essere assunti facendo riferimento ai contratti collettivi di lavoro e non figurare come “collaboratori domestici“.