Come si crea il PIL? E perchè le quotazioni di Borsa tengono sempre meno conto di alcune delle componenti del Prodotto interno lordo? Risponde Didier Le Menestrel, presidente di Financière de l’Echiquier.


Il commento dell’esperto

Il succedersi delle crisi finanziarie con le relative implicazioni avrà se non altro avuto il merito di riposizionare l’economia al centro delle preoccupazioni dei cittadini europei. Sicuramente ormai le  giovani generazioni sapranno che quando si chiede in prestito del denaro, un giorno bisognerà rimborsarlo…
 
Oltre a questo principio basilare dimenticato da alcuni decenni, nozioni più astratte come il PIL, il deficit di bilancio o l’andamento dei tassi di interesse sono ormai in primo piano nei mass media. Nozioni che meritano di essere affinate per comprendere meglio gli avvenimenti e tentare di riconciliare l’inconciliabile: il mondo della finanza e i cittadini.

Secondo l’INSEE (l’Istituto nazionale di statistica e di studi economici), “il PIL (Prodotto Interno Lordo) è pari alla somma dei valori aggiunti degli agenti economici residenti…(1)”. Attraverso questo calcolo del PIL, una comunità (uno Stato) può individuare le proprie fonti di creazione di ricchezza, misurare i suoi punti forti e deboli in questo ambito paragonandosi ai suoi pari e dando eventualmente risalto a questo valore per rassicurare e/o dare fiducia a chi vorrebbe prestarle dei capitali.
 
Nel calcolo del PIL, il valore aggiunto si pone chiaramente al centro della creazione di ricchezza della comunità: se non c’è valore aggiunto non c’è PIL!

Il valore aggiunto, al di là della sua definizione contabile, è, in senso letterale, il valore che si aggiunge con il proprio lavoro e competenze. È il servizio che si propone a terzi, disposti a pagarne il prezzo… Con questi strumenti diventa più facile raffrontare le creazioni di ricchezza di un paese con quelle di un altro: il PIL pro capite o, in altri termini, il valore che il singolo aggiunge alla sua comunità, è un eccellente indicatore per valutare rapidamente lo stadio di sviluppo di un paese.
Sapendo, per esempio, che ogni cinese aggiunge ogni anno circa 7.500 dollari di valore alla sua comunità, sembra più difficile chiedergli di venire ad aiutare l’europeo che produce 30.000 dollari ma che non ha più credito per continuare a farlo…
 
Il valore aggiunto, visto in un’ottica microeconomica (dal basso verso l’alto?), è innanzitutto la somma che rimane a un imprenditore per remunerare coloro che hanno permesso l’aggiunta di valore: prima di tutto i lavoratori attraverso la loro remunerazione, poi l’investimento (gli ammortamenti) necessario per offrire il servizio, i banchieri che prestano il denaro per finanziare l’attività e che chiedono gli interessi, lo Stato sempre alla ricerca di risorse per la comunità e, infine, gli azionisti che sono ricompensati con la distribuzione dei dividendi oppure con l’aumento della ricchezza dell’azienda e del patrimonio netto.
 
Tutti gli studi sono formali: dagli inizi degli anni ‘80, la ripartizione del valore aggiunto ha ampiamente favorito l’impresa e i suoi azionisti: la quota dei salari, delle banche, dello Stato e degli investimenti è diminuita in valore relativo, mentre è stata decisamente privilegiata la quota del margine netto dell’impresa.

Eppure, da qualche anno, la Borsa rifiuta di riflettere obiettivamente il valore accumulato dall’impresa: il prezzo degli asset che aggiungono valore è diminuito mentre è cresciuto rapidamente quello delle immobilizzazioni (immobiliare, opere d’arte)… La rendita si è sostituita al rischio e la paura del domani alla voglia di guadagno.
 
Di fronte a questa stagnazione della somma dei valori aggiunti (il PIL), l’azionista europeo dubita legittimamente della futura condivisione di quest’ultima. Ma una suddivisione che lasciasse più spazio agli investimenti e ai lavoratori non sarebbe invece una delle chiavi della crescita futura delle nostre economie?