Serge Latouche è professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi XI e all’Institut d’études du developpement économique et social (IEDES) di Parigi e autore di molti libri pubblicati in Italia soprattutto da Bollati Boringhieri.
Secondo questo economista e filosofo francese, la crisi che stiamo attraversando in campo ambientale, economico e sociale, è il risultato di una concezione di progresso che non tiene conto dei limiti naturali e temporali e che alla cooperazione sostituisce la competizione ed il conflitto. Secondo Latouche, è necessario invertire la rotta seguendo l’esempio della lumaca.
La lumaca, spiega Latouche, per costruire il suo guscio usa delle spire, ognuna delle quali è il doppio di quella che ha fatto prima. Arrivata alla quarta, se la lumaca costruisse un ulteriore livello seguendo lo stesso modello, dovrebbe produrre una spira grande sedici volte il guscio già costruito.
Troppo. E allora questo invertebrato torna indietro, e costruisce delle spire decrescenti per consolidare la sua casa.

A quale tipo di società conduce la decrescita?
Non ci sono ricette precostituite. Prima di tutto perché la società della decrescita non è un’alternativa, un modello chiavi in mano. Non si farà nello stesso modo in Texas e nel Chiapas.
Quando si sarà sollevata la cappa di piombo dell’imperialismo economico si riaprirà la storia della diversità culturale. Perché ogni popolo, ogni cultura ha il diritto di trovare la sua via per realizzare una “società di abbondanza frugale”.
Lo spazio è riaperto alla politica, alla storia. Tocca agli uomini prendere il loro destino in mano.
Il programma della decrescita porta a riappropriarci del nostro destino, a rifare della politica, in una parola a decidere. Cosa produrre? Come produrre? Sfruttare il nucleare o le biotecnologie? Fino ad oggi non siamo stati consultati. Tutto è deciso per noi, senza di noi.
Non c’è un modello dato per i progetti di costruzione delle società di abbondanza frugale, anche se tutti obbediscono all’imperativo di rompere con la logica della crescita. Il progetto si situa su due livelli: quello della concezione, e cioè dell’utopia concreta, la linea d’orizzonte, l’obiettivo fissato, poi, in un secondo tempo, quella della realizzazione della messa in opera.
Sull’utopia concreta, su ciò che dovrebbe, potrebbe essere una società di decrescita, noi possiamo dare delle indicazioni “in negativo”. Si tratta di una rottura con la logica della società basate sulla crescita e la sua pesantezza. E la sua realizzazione è necessariamente riformatrice: passa localmente per una serie di modifiche concrete di certi tipi di funzionamento.

Come possiamo raggiungere la “decolonizzazione dell’immaginario”, liberare le persone dai miti del progresso, del produttivismo e dallo sviluppo?
Possiamo riprendere ciò che ha detto Castoriadis: “affinché si realizzi una simile rivoluzione, è necessario che avvengano profondi cambiamenti dell’organizzazione psicosociale dell’uomo occidentale, del suo atteggiamento rispetto alla vita, in breve dal suo immaginario. È necessario abbandonare l’idea secondo l’unica finalità della vita è produrre e consumare di più (concezione nel contempo assurda e degradante); è necessario abbandonare l’immaginario capitalista fatto di pseudocontrollo, pseudorazionalità ed espansione illimitata. Tutto ciò può avvenire solo in termini collettivi, singoli individui e singole organizzazioni possono semplicemente criticare, incitare, individuare possibili orientamenti“.

La decrescita è compatibile con il capitalismo?
La decrescita è forzatamente contro il capitalismo. “Non si può convincere il capitalismo a limitare la crescita così come non si può persuadere un essere umano a smettere di respirare” scrive Murray Bookchin. E questo, non tanto perché ne denuncia le contraddizioni ed i limiti ecologici e sociali, ma prima di tutto perché ne mette in discussione “lo spirito“, nel senso in cui Max Weber considera “lo spirito del capitalismo” come condizione della sua realizzazione.

Seconda parte

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