Abbiamo intervistato Oscar Giannino in occasione dell’incontro pubblico che  ha animato ad Asti ieri sera alle 21.00 sul tema “Si può uscire dalla crisi e tornare a crescere?”. L’ex-leader di Fare per fermare il declino dopo le polemiche sui suoi titoli di studio sta ritornando a girare l’Italia per raccontare il suo punto di vista sulla disastrata economia italiana.

Come dice il titolo di questo incontro, si può uscire dalla crisi? Qual’è la ricetta di Oscar Giannino?

Non è tanto la ricetta di Oscar Giannino. In realtà c’è una convergenza assoluta su quelle che in Italia dovrebbero essere le priorità per uscire dalla crisi. Cosa vuol dire uscire dalla crisi? Vuol dire, come altri paesi inguaiati – e noi siamo in questa categoria -, cercare di fare qualcosa che permetta il più rapidamente possibile di mettere un segno più alla crescita. Cioè qualcosa che riduca la differenza tra la crescita reale del paese – che è ancora negativa – ed il suo output potenziale – che nonostante la crisi è ancora molto buono.

La cosa incredibile è che nel secondo trimestre di quest’anno l’economia di due paesi, sottoposti alla troika europea, come il Portogallo e l’Irlanda è ritornata a crescere, e persino in un paese disastrato come la Grecia i dati occupazionali negli ultimi tre mesi siano migliorati, mentre noi siamo l’unico paese che continua ad avere tutti i dati in peggioramento.

Rispetto a questo gli economisti di tutte le diverse scuole di pensiero sono d’accordo su un punto. Bisognerebbe dare la priorità ad interventi che diminuiscano l’imposizione fiscale sul lavoro e sull’impresa, perché è la posta che è in grado nel più breve tempo il paese sul sentiero della crescita. Ed è quello che non si riesce a fare.

Il governo Monti nel 2011 aveva il compito di evitare il default, mentre il governo Letta finora non ha fatto nulla. Con la legge di stabilità afferma di aver imparato la lezione dopo aver perso cinque mesi sull’Imu, la bandiera elettorale del Pdl. Questa tassa non rappresentava una priorità e ora il premier ha anche il problema dell’aliquota Iva che scatta  il 1 ottobre.

L’Europa ha fatto capire che sia meglio lasciarla scattare per concentrarsi sulla riduzione del cuneo fiscale, ma una parte della classe politica è insorta…

Lei condivide l’impostazione dell’Europa?

L’aumento dell’Iva ha effetti regressivi, ovvero colpisce soprattutto i più poveri e produrrebbe un calo dei consumi, ma a mio modo di vedere potrebbe essere accettabile se questo permettesse di realizzare una riduzione significativa dell’imposizione fiscale sul lavoro e sull’impresa. C’è una lezione storica, il governo Prodi destinò otto miliardi di euro a ridurre per il 50% l’Irap e per l’altra metà l’Irpef sui redditi più bassi, e i vantaggi in termini di crescita furono trascurabili, Bisognerebbe metterci almeno un punto percentuale di Pil tra meno Irap per le imprese e meno Irpef per avere degli effetti significativi

A quanto dovrebbe quindi ammontare questa riduzione?

A circa il doppio di quanto fatto da Prodi. Un obiettivo che si può ridurre con tagli significativi nella spesa pubblica.Finora il governo non ha individuato tagli di spesa significativi. Questa è la scommessa che ci attende. Se non faremo nulla in questo campo noi saremo l’ultimo dei paesi euroscassati.

Ma come e dove si può incidere sulla spesa pubblica?

Anche qui non si tratta di inventare nulla. Sono venti anni che commissioni su commissioni l’hanno analizzata in lungo e in largo. Bisogna tagliare in maniera non recessiva. Cosa vuol dire? Non possiamo pensare adesso di licenziare dipendenti pubblici, perchè aggiungeremmo crisi a crisi. Con il governo Monti abbiamo già fatto un intervento molto secco di innalzamento dell’età pensionabile.

Quello che possiamo fare è di intervenire sulle pensioni più alte per la parte contributiva fatte con il vecchio sistema. E ancora si può intervenire sui consumi intermedi, ovvero sulle forniture. Il totale delle forniture della Pubblica Amministrazione italiana sono 140 miliardi di euro. Sono aumentate di oltre quaranta miliardi di euro in otto anni.

Bisogna centralizzare le spese di fornitura su base elettronica come sta cercando di fare con alterne fortune la Consip. Da qui possono venire due punti percentuali di Pil in due anni facendo cose secche. I costi standard nella Pubblica Amministrazione devono diventare la regola e non l’eccezione…

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