Con la quotazione di un maggior numero di imprese, l’Italia avrebbe molto da guadagnare in termini di impatto positivo sull’intera economia. Ad illustrarlo, uno studio svolto dall’università Bocconi, in collaborazione con Borsa Italiana, che presenta una simulazione di come sarebbe il nostro Paese se portasse a 1.000 il numero delle aziende quotate.

I numeri nel dettaglio

La ricerca calcola che un aumento della capitalizzazione di Borsa comporterebbe sia un incremento del Pil reale, sia un aumento dell’occupazione e del gettito fiscale. Se alle 294 società presenti sul listino a fine 2010 si aggiungessero le 706 “migliori” società quotabili infatti, la capitalizzazione aumenterebbe del 34%. Ciò a sua volta produrrebbe un aumento del Pil reale per l’anno seguente compreso tra lo 0,9 e l’1,5%. Quanto all’occupazione, il citato aumento della capitalizzazione pari al 34% condurrebbe ad una riduzione del 6,9% del tasso di disoccupazione, grazie alla creazione l’anno successivo di 137.000 nuovi posti di lavoro. Infine i risultati indicano anche un incremento del gettito fiscale nell’anno successivo in misura pari allo 0,82%, stimabile in una crescita degli introiti per lo Stato italiano pari a 2,85 miliardi di euro.
Il numero delle società italiane quotate è limitato rispetto al potenziale. Le 291 imprese domestiche presenti sul listino italiano ad inizio 2010 rappresentavano meno della metà delle imprese quotate in Germania, un terzo di quelle in Francia e poco più di un decimo di quelle in Gran Bretagna. Le imprese più piccole in Italia rappresentano numericamente il 77,5% del totale ma sono solo il 16,4% delle quotate, con una scarsa rappresentatività dell’economia reale. Al contrario, le imprese di maggiori dimensioni rappresentano il 4,5% del totale ma la metà delle imprese quotate. Tale gap nella quotazione delle imprese più piccole è presente anche negli altri paesi, ma in misura minore rispetto al caso italiano.
Le imprese meno rappresentate in Borsa rispetto all’economia reale appartengono all’area del commercio, dell’alimentare e dei trasporti. Al contrario, appaiono sovra rappresentati i settori della finanza, quelli dell’elettrico e del petrolifero-minerario. Per quanto riguarda i settori tipici del “made in Italy”, i casi di sottorappresentazione riguardano il settore alimentare e tessile.
“In Italia la Borsa rappresenta a tutt’oggi una quota molto ristretta dell’economia reale e intercetta solo una piccola parte del contributo reale delle imprese all’economia”, commenta Manuela Geranio, del Dipartimento di finanza della Bocconi e autrice dello studio. “Il largo ricorso al finanziamento bancario e la carenza di capitale di rischio in Italia crea un circolo che vede le imprese mantenere dimensioni limitate e il loro sviluppo frenato, rendendole così poco appetibili anche per gli investitori istituzionali. Una maggiore presenza di imprese quotate aiuterebbe invece a interrompere questo circolo vizioso”.