Si discute anche di Tobin tax alla commissione Bilancio della Camera. Tra gli emendamenti alla Legge di stabilità firmati dai relatori Brunetta e Baretta, infatti, ci sarebbe anche la proposta di modificare l’imposta di bollo sulle transazioni finanziarie secondo le indicazioni del Tesoro. L’impostazione originaria dell’esecutivo che tanto non piace al mondo bancario e finanziario prevede l’applicazione di un’aliquota dello 0,05% su tutte quelle operazioni aventi ad oggetto azioni, titoli di partecipazione in generale e derivati, un prelievo che dovrebbe garantire, dal 2013 in poi, entrate per circa un miliardo di euro l’anno.

I timori targati Tobin tax. La Tobin tax fa discutere ormai da 40 anni, da quando cioè l’economista James Tobin, dal quale l’imposta prende il nome, la propose su scala globale per calmierare la speculazione sulle valute all’indomani della scelta degli Usa di uscire dagli accordi di Bretton Woods, sancendo così il passaggio dell’economia mondiale ad un sistema di cambi flessibili. Ciò che si contesta dal lontano 1972, in realtà, non è di certo il principio, visto che l’imposta disincentiverebbe tutti quei grossi movimenti quotidiani capaci di alterare il meccanismo di formazione dei prezzi di mercato, ma la difforme, o la mancata, sua applicazione in tutti i Paesi, cosa che spingerebbe semplicemente investitori e trader a cambiare piazza finanziaria, colpendo così le entrate dei Paesi aderenti all’iniziativa, senza garantire, di fatto, quel contenimento alla volatilità dei prezzi tanto sospirato dai sostenitori della tassa. Emblematico il caso della Gran Bretagna, Paese che si è tenuto ai margini dell’Eurozona e storicamente contrario all’introduzione della tassa proprio per preservarsi le entrate, oggi cospicue, legate alle transizioni finanziarie che fanno di Londra la maggiore piazza finanziaria europea. Oggi l’economia Uk dipende da questi introiti per circa il 10% del proprio Pil, ma al contempo le attività produttive stentano, da decenni, a ripartire perché, se da un lato la Sterlina sfavorisce l’export britannico, dall’altro la forte dipendenza del Paese dai flussi speculativi che Londra attrae rende aleatori i prezzi interni così da complicare qualsiasi investimento di ampio respiro. Non c’è da meravigliarsi, dunque, che all’Ecofin dello scorso ottobre abbiano deciso di introdurre al loro interno la tassa già dal 2013 solo undici Paesi Ue, ricorrendo al meccanismo della “cooperazione rafforzata”.

Le polemiche made in Italy
. La Tobin tax proposta dall’esecutivo italiano mette in allarme l’intero mondo finanziario e bancario nostrano. La disparità del prelievo rispetto agli altri Paesi Ue, orientati verso un’imposta dello 0,01%, la penalizzazione del mercato dei derivati e i disincentivi al ricorso al mercato azionario che dovrebbero conseguire alla norma preoccupano Abi, Consob e, ultima, Bankitalia. Per le banche, e per l’Abi su tutti, l’applicazione dell’imposta come concepita in commissione Bilancio decreterà soprattutto una fuga di capitali verso gli istituti di credito esteri, più convenienti in termini di aliquota applicata, senza calmierare, così, la speculazione sui mercati internazionali. Per la Consob la Tobin tax, colpendo senza distinguo le operazioni perfezionate sul mercato dei derivati a scopo speculativo da quelle aventi finalità di copertura, non farà altro che decretare la “morte” dell’Idem, nato appena venti anni fa. Scarso entusiasmo, infine, anche lato Bankitalia. Dall’istituto di vigilanza fanno notare, infatti, che penalizzando le azioni, le imprese italiane saranno costrette sempre più a ricorrere agli strumenti obbligazionari anziché ai titoli di partecipazione, esponendosi ancor più ai debiti. Imprese che negli ultimi dieci anni si sono sempre più specializzate nel ricorrere al mercato dei derivati, e alle opzioni soprattutto, per coprire le esposizioni sui titoli in portafoglio e le scadenze contabili.

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