Dal Tfr in busta paga se ne parla spesso. Resta da capire come verrebbe elargita quella quota di Tfr dalle piccole e medie imprese già in debito d’ossigeno a causa del credit crunch, ovvero la stretta al credito. Resta da capire come questo dovrebbe avvenire. Si parla della creazione di un “Fondo anticipo Tfr” costituito dalle banche e/o dalla onnipresente – la si vede spuntare in tutti questi progetti – Cassa Depositi e prestiti. Per le aziende non cambierebbe nulla, le imprese con più di 50 addetti continuerebbero a versarlo all’Inps, in un fondo integrativo, oppure continuerebbero ad accantonarlo in bilancio – imprese con meno di 50 adddetti.

Al momento della liquidazione del rapporto, l’impresa non erogherebbe la parte di liquidazione anticipata al lavoratore ma alla banca che ha versato gli anticipi, rivalutati dell’1,5% più il 75% dell’inflazione. Il rischio di insolvenza sarebbe coperto da un’assicurazione presso l’Inps. Il Tfr continuerebbe a subire l’attuale tassazione separata. Comunque il passaggio in busta paga porterebbe nelle casse dello Stato nuove entrate fiscali per una somma compresa tra gli 1,7 ed i 5,6 miliardi di euro – dipenderà da quanti lavoratori sceglieranno di avere subito in busta paga tutto il Tfr. Risorse che il governo Renzi vorrebbe utilizzare per ridurre il costo del lavoro.

A questo bisognerebbe aggiungere l’impatto che avrebbe la manovra in termini di rilancio dei consumi. Insomma, il Tfr in busta paga avrebbe sicuramente un impatto positivo sull’economia, ma quasi tutto dipenderà dal ruolo che voranno svolgere le banche. E il loro sì non sarà gratis…

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