L’ultima legge di Stabilità, ha stabilito, tra le altre cose, la possibilità di trasformare il trattamento di fine rapporto in una parte della propria retribuzione. La scelta può essere condivisibile solo se abbiamo bisogno di liquidi per far fronte a spese nel breve termine e non disponiamo di altro modo per poterle realizzare.

L’obiettivo del governo Renzi con questo provvedimento è ovviamente quello di determinare un incremento dei consumi e quindi dell’asfittica domanda privata. In un momento di congiuntura economica difficile come il presente, il passo può essere capito, anche se la scelta comporta la riduzione della prestazione finale che il lavoratore ha diritto di esigere quando dovrebbe andare in pensione.

Ovviamente la riduzione della prestazione finale dipende da una serie di fattori, come il numero di anni in cui si è iscritti al fondo pensione o il tasso annuo di rendimento. La destinazione in busta paga del Tfr ha effetti più pesanti sulla prestazione finale se il periodo di contribuzione è più contenuto e se il tasso di rendimento è maggiore.

Nell’ipotesi in cui l’accantonamento del Tfr al fondo pensione venga fatto a partire dal 1° gennaio 2015 per 15, 25 o 35 anni, si suppone quale sia l’impatto sulla prestazione ai fini pensionistici se dal 1° marzo 2015 al 30 giugno 2018 decidessimo di lasciare in busta paga il Tfr, generando così una riduzione della contribuzione a fini previdenziali.

La riduzione inferiore – valutata nel 12% – avviene se il dipendente resta iscritto nel fondo pensione per 35 anni, e si realizza un rendimento del 2%. All’aumentare del rendimento, e se il dipendente è iscritto al fondo pensione per un tempo inferiore, si può arrivare ad una perdita che arriva quasi al 30%.

Ricordatevi sempre di considerare, in alternativa alla destinazione del Tfr in busta paga, l’erogazione di un anticipo del Trattamento di fine rapporto. Molti dimenticano che gli iscritti a un fondo pensione – a patto di avere otto anni di contribuzione – di un terzo del denaro fino a quel momento accumulato.

Questa scelta, invece di essere tassata, come nel reddito da lavoro dipendente, all’aliquota marginale – ovvero la più elevata -, sarà oggetto di una imposizione in genere più bassa, al 23%. Vista la riduzione prevista, si potrebbe prevedere in un secondo momento, quando il contesto economico lo permetterà, di restituire quanto ricevuto come anticipo.

photo credit: kevin dooley via photopin cc