Ieri Matteo Renzi ha già dato la cosa come fatta: “Il tfr c’è solo in Italia. Se diamo il tfr in busta paga si crea un problema di liquidità per le imprese. Le grandi ce la fanno, le piccole sono in difficoltà. Stiamo pensando di dare i soldi che arrivano dalla Bce alle piccole e medie imprese per i lavoratori“. Secondo il nostro premier, questo significa “per uno che guadagna 1.300 euro, un altro centinaio di euro al mese che uniti agli 80 euro inizia a fare una bella dote, circa 180 euro“.

In realtà le ipotesi circolate finora riguardavano un anticipo del 50% sul Tfr maturato per un periodo compreso tra uno e tre anni. Ciò significherebbe che “uno che guadagna 1.300 euro” si troverebbe in busta paga grosso modo metà dello stipendio – e quindi 650 euro in un anno, e circa 50 euro al mese. L’operazione è complicata. Era stata già annunciata nel 2011 dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Alla fine però questa ipotesi era stata scartata perché troppo complicata.

Perché? Perché le imprese usano questi soldi per finanziarsi, e con il credit crunch - ovvero in un momento in cui è molto difficile ottenere fondi -, togliere una fonte di finanziamento alle aziende potrebbe significare dare loro il colpo finale. Per questo il governo sta pensando di utilizzare i fondi della Banca centrale europea per finanziare questa mossa – ma resta da capire come fare.

Per i lavoratori sarebbe l’occasione per avere un po’ di denaro disponibile – ma a scapito di quanto riceverà al momento di andare in pensione, e quei soldi allora, potrebbero fare comodo. Per chi lo riceve l’anticipo potrebbe rivelarsi un pacco. Dipenderà da cosa il governo deciderà di fare in termini di tassazione. Sul Tfr si paga un aliquota fiscale agevolata, e per ora non si sa quali siano le intenzioni dell’esecutivo.

Se il denaro in più in busta paga venisse tassato come lo stipendio, ci troveremmo a pagare – ingiustamente – più tasse. Ultima annotazione: a quanto sembra dal versamento del Tfr in busta paga sarebbero esclusi tutti gli statali…

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