La grande crisi che abbiamo attraversato – e da cui non siamo ancora completamente usciti – ha prodotto anche degli effetti che non possono essere considerati negativi, come la bassa crescita dei prezzi, per cui il nostro potere di acquisto è rimasto stabile anche senza aumenti di salario – come per esempio è capitato agli statali. il livello ridotto dell’inflazione ha però un effetto negativo: si è ridotta anche la rivalutazione del Tfr. La legge stabilisce che il nostro trattamento di fine rapporto venga rivalutato ogni anno dell’1,5% più il 75% dell’indice di crescita dei prezzi. Questo processo ha determinato tra il 2006 ed il 2015 una rivalutazione del 30%. Nel decennio precedente l’aumento del Tfr è stato superiore, e ha raggiunto il 38% – per una media annuale che si avvicina al 4%, contro il 3% dell’ultimo decennio.

Se si osserva invece l’andamento reale della rivalutazione del Tfr – ovvero se si rapporta l’andamento dell’inflazione con quello della rivalutazione del Tfr il discorso cambia. Sia tra il 2006 ed il 2015, che tra il 1996 ed il 2005, la rivalutazione ha superato l’inflazione del 13%. Insomma il risultato finale è che il lavoratre non ha ricevuto quasi nessun beneficio dall’abbassamento dell’inflazione.

Chiudiamo citando due dati. Da una parte bisogna registrare che i rendimenti offerti dai fondi pensione sono stati superiori alla rivalutazione del Tfr. Se si considera il periodo che va dal 2000 al 2014 i fondi pensioni hanno battuto il Tfr di oltre il 10%. Dall’altra bisogna rilevare che se l’inflazione supera il 6%, il Tfr perderebbe valore in termini reali.