Con l’Opa del 1999 Telecom Italia passa di mano, e l’azienda finisce al termine di una bella catena di società a piramide. Bernabé lo aveva spiegato ai dipendenti ed al governo: “Il passaggio di controllo di Telecom a valle dell’Opa può avvenire su una qualsiasi delle scatole a monte delle quali si esercita il controllo di Telecom”. Ovviamente resta senza risposta.

Non ci si può stupire quindi se a luglio del 2011, poco dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, il patron di Pirelli Marco Tronchetti Provera si pappa il colosso telefonico acquisendo la Bell che controlla Olivetti che a sua volta controlla Telecom con una quota inferiore al 30 per cento per disporre dell’ex-monopolista senza dover lanciare un’Opa.

Tronchetti vuole accorciare la catena di controllo e viene accolto bene dai mercati finanziari. Anche perché la gestione Colaninno si è lanciata in alcune operazioni controverse come la fusione Pagine gialle – Tin.it che ha portato un deflusso di 6,7 miliardi di euro nel percorso Torino – Torino via Lussemburgo – le vie della finanza sono strane e contorte…

Quando arriva Tronchetti Provera, i debiti della Telecom rappresentano ormai il doppio del patrimonio e pesano come piombo nelle strategie del gruppo, anche perché la redditività è in forte declino. Nel 2007 avviene l’ultimo passaggio attraverso il solito metodo delle scatole cinesi. Per la prima volta arriva un partner straniero: Teléfonica  – anche lui pieno di debiti – insieme alla cordata di sistema rappresentata dalle banche amiche.

I mezzi finanziari di cui avrebbe tanto bisogno l’azienda vengono utilizzati solo per pagare i soci che lasciano - anche se gli unici che ci guadagnano bene sono Colaninno e i suoi soci – e i debitori. Non sono stati accolti gli inviti a rafforzare la base di capitale, ed uno degli effetti è stato rappresentato dal declino della redditività: il bilancio 2011 si è chiuso con una perdita che ha superato i 4 miliardi, e quello del 2012 con un altro segno meno per 1,6 miliardi di euro.

Il declino dal 2007 è netto: il peso del capitale in rapporto all’attivo resta intorno al 30% solo perché gli investimenti sono stati limitati e sono state vendute attività. La redditività di base cala nettamente e quindi le risorse non bastano più a pagare gli interessi. Gli oneri finanziari nel 2007 assorbivano un terzo del margine mentre oggi fanno andare il bilancio in rosso.

Forse, come scrive l’autore del dossier su Telecom pubblicato da lavoce.info per rilanciare l’Italia, bisognerebbe pensare ad una riforma del capitale, più che a una riforma del mercato del lavoro…

Prima parte

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