Per ora usiamo solo il condizionale: vendendo Telecom Italia ai cinesi, rischiamo di perdere l’ultima azienda di telecomunicazione italiana che opera nel nostro paese – proprio noi che abbiamo inventato la telefonia mobile. La storia è iniziata negli anni novanta con l’Omnitel venduta gli inglesi di Vodafone, poi sono arrivati i cinesi che si sono presi 3 Italia. Per ultima è arrivata Wind, che prima è caduta nelle mani all’uomo d’affari egiziano Naguib Sawiris e poi è passata all’oligarca russo Mikhail Fridman – e pure Fastweb, quella che qualche anno fa veniva considerata la regina della new economy è passata sotto il controllo di Swisscom.

A dire il vero un’azienda tricolore è rimasta. Si tratta di Tiscali, ma le sue dimensioni ne fanno un gruppo troppo piccolo per pesare sulle sorti nazionali. Nell’epoca del libero mercato trionfante, la presenza di una bandiera nazionale può essere considerato un riferimento ad un passato che non c’è più, ma se ci pensate bene la vendita al miliardario cinese Li Ka Shing mostra la mancanza di una politica industriale.

Il problema non è solo aver definito quali settori rappresentavano gli interessi nazionali e l’aver creato dei poli di riferimento. La politica ha lasciato che tre diversi gruppi acquistassero uno dei campioni nazionali italiani a debito. Da Colaninno in poi Telecom Italia è diventata un mucca da mungere per pagare gli interessi sui prestiti fatti per comprarsi l’ex-monopolista italiano.