Tanti si sono stupiti del passaggio del nostro ex-monopolista Telecom Italia sotto il controllo di Teléfonica. Come se l’impresa spagnola non fosse già da anni nella cabina di regia delle imprese e dimenticando del tutto l’evoluzione subita dall’azienda dal 1997 e il 2007.  Fortunatamente lavoce.info ci viene in aiuto con la pubblicazione in questi giorni di un dossier sull’azienda.
Quello che sta succedendo oggi è il prodotto di quattro passaggi chiave avvenuti nel decennio passato tra il 1997 – l’anno della privatizzazione dell’azienda -, ed il 2007 – Telecom finisce sotto il controllo di Telco, holding creata da un gruppo di banche italiane e da Telefonica – secondo passaggio di controllo dell’azienda senza passare per un’Opa.
La “madre di tutte le privatizzazioni” – così venne chiamata – rappresentò una delle mosse che consentirono all’Italia di entrare nella moneta unica fin dalla fase iniziale. Come – quasi sempre – accade in Italia la fretta impedì a Romano Prodi e a Carlo Azeglio Ciampi di costruire una struttura di azionisti disposti ad investire nel lungo termine nell’azienda. Il gruppo di controllo – subito ribattezzato sarcasticamente il “nocciolino duro” raccoglie solo il 6,62% delle azioni e si dimostrò inconsistente nelle scelte manageriali, e rivolto unicamente agli aspetti finanziari.

Nel 1998, questo colosso delle telecomunicazioni aveva una rilevante redditività (l’utile superava l’11% del fatturato) ed era quasi senza debiti – gli oneri finanziari erano pari al 2% del fatturato. Questo gigante si poteva permettere di combattere a colpi di innovazione con la Omnitel nel campo dell’allora nascente telefonia mobile.

L’assenza di una vera e propria strategia industriale di lungo periodo e i contrasti nel gruppo di controllo hanno alimentato i progetti di scalata del gruppo fin dai primi giorni della privatizzazione. Alla fine il primo a lanciare la sfida è Roberto Colaninno, che ha raccolto in una finanziaria lussemburghese – la Bell – un gruppo di soci (che D’Alema definirà “capitani coraggiosi”), a lanciare nei primi mesi del 1999 un’Offerta Pubblica d’Acquisto per controllare la società.

Per lanciare il suo attacco ha ottenuto il sostegno di un gruppo di grandi banche internazionali che gli hanno messo a disposizione un tesoretto di 60 miliardi di euro. Il presidente di allora – della serie a volte ritornano – Franco Bernabé cerca di bloccare l’operazione perché avrebbe rovesciato sulla società una montagna di debiti (quelli che hanno consentito la scalata all’azienda).

L’Opa ha successo anche per un atteggiamento benevolo del governo e provoca la vendita di Omnitel a Vodafone. Non si può costituire un monopolista nella telefonia mobile, e poi lo scalatore ha bisogno di soldi. Questo non può far dimenticare che tra gli effetti negativi di questa scalata c’è stata la vendita all’estero della società italiana più dinamica degli anni novanta…

Seconda parte

photo credit: Ian Fuller via photopin cc