Vivere in Italia significa affrontare una serie di paradossi. Uno di questi è che un piccolo imprenditore nel 2014 finisce di pagare le tasse il 27 agosto se è residente a Milano (o tre giorni prima se abita a Torino). Più fortunati i cuneesi, il cui tax free day arriva il 25 luglio – mentre a Gorizia e Sondrio si finisce di pagare il 28.

C’è anche chi se la passa peggio dei milanesi e torinesi: i romani o i bolognesi devono dedicarsi alle tasse fino al 29 settembre (lo stesso discorso vale per i fiorentini e i reggini), se la passano un pochino meglio i biellesi (11 settembre) ed i cremonesi (17 settembre). Insomma, il federalismo ha prodotto soprattutto danni, per cui tra il 2007 ed il 2014 lo Stato ha ridotto i trasferimenti ai Comuni di 7,5 miliardi, e la politica ha risposto aumentando le tasse locali della stessa cifra. A questa cifra bisogna aggiungere le addizionali Irpef delle regioni (altri 2,4 miliardi).

Il risultato finale è un aumento della pressione fiscale sui profitti, dal 59,1% del 2011 al 63,1 del 2014, ma c’è anche il paradosso di un carico che si è diversificato tra regioni e pure a distanza di pochi chilometri… E così si va da un romano che veder sfumare in tasse il 74,4% dei suoi profitti, contro il 56,2% di un cuneese. La differenza è dovuta alle tasse locali: A Roma tra Tari e Tasi si pagano in media 14.000 euro, contro i 2.600 di Cuneo – o i 4.000 di Arezzo. Tre anni fa non c’era tutta questa differenza: il carico fiscale per un’azienda romana era del 65,7%, mentre per un’azienda cuneese era al 55,3%.

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