Dal primo luglio la tassazione sui profitti e gli interessi sui nostri titoli passa dal 20% al 26%. E ovviamente non bisogna dimenticare che c’è da considerare anche l’imposta di bollo, ovvero la mini patrimoniale sugli strumenti finanziari che dal primo gennaio è arrivata al 2 per mille – raddoppiando nel giro di due anni. L’insieme delle delle due imposizioni determinano un effetto perverso: più cresce il rendimento, minore è la tassazione – misurata in percentuale.

Supponiamo di avere un capitale di centomila euro e che sia investito con un rendimento dell’1, 2 e 5% per un anno. Nel primo caso la tassazione inciderà sulla rendita per il 46%, nel secondo al 36%, e nel terzo al 30%. Quali potrebbero essere le conseguenze? Lo spiega bene Giuseppe Marsi, amministratore delegato di Schroders Italy Sim: “La correlazione negativa tra tassazione e reddito finanziario potrebbe portare ad aumentare il rischio degli investimenti o a favorire il proliferare di prodotti derivati a leva difficilmente liquidabili e molto rischiosi“. E aggiungerei che potrebbe anche spingere ad abbandonare del tutto gli investimenti.

Per uscire dalla situazione, Giuseppe Marsi propone di innalzare l’imposta sulle rendite finanziarie abolendo contemporaneamente l’imposta di bollo, o invece di differenziare le aliquote di imposta, riducendole quando aumenta la durata dell’investimento.

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