Nel 2007 ogni cittadino italiano produceva in media quasi 557 chilogrammi di rifiuti a testa. Sei anni dopo – è l’ultimo dato che abbiamo a disposizione – il quantitativo medio è sceso a 491 chilogrammi – che corrisponde ad una riduzione dell’11,8%. A questa riduzione non è corrisposta un’analoga diminuzione della tassa sui rifiuti.

Anzi, come racconta Paolo Zabeo della Cgia di Mestre “nonostante abbiamo prodotto meno rifiuti, la raccolta e lo smaltimento degli stessi sono costati di più“, ovvero fino al 25% in più in cinque anni. Secondo le stime dell’organizzazione veneta, tra il 2010 e il 2015, una famiglia composta da quattro persone che vivono in un appartamento di 120 metri quadri, ha pagato per la tassa sui rifiuti 75 euro in più – che corrisponde ad un +25,5%. Le cose vanno un po’ meglio per le famiglie formate da tre persone che abita in un’immobile da 100 metri quadri – per loro l’aumento è stato solo di 57 euro (+23,5%). La stessa famiglia, se vive in un’abitazione di 80 metri quadrati, avrebbe subito un aumento ancora minore: 35 euro (+18,2%).

L’esborso totale stimato dalla Cgia nei tre casi sarebbe rispettivamente di 368, quasi 300 e poco più di 227 euro. Aumenti molto più significativi hanno colpito le attività economiche – vista anche la forte riduzione del fatturato determinata dalla crisi economica. Attività economiche con superfici di almeno 200 metri quadrati hanno subito un aumento della tassa sui rifiuti (dalla Tarsu alla Tari) nell’ordine del 47,4% – un valore percentuale che corrisponde ad un maggiore esborso pari a 1.414 euro. Un negozio di ortofrutta che occupa una superficie di 70 metri quadrati, ha registrato in media un incremento delle tariffe pari al 42% (+ 560 euro), mentre un bar di 60 metri quadrati si è visto aumentare in media la fattura per i rifiuti del 35,2% (maggiore spesa di 272 euro). E’ andata meglio ai titolari di negozi di parrucchiere (+23,2%), ai proprietari degli alberghi (+17%) ed ai carrozzieri (+15,8%).