I risultati li vedremo tra qualche tempo, ma per ora non si può dire che il governo Renzi non si impegni sul tema della riduzione dei costi della politica – anche quando l’impatto complessivo della manovra è limitato. Dopo la cancellazione delle province, l’esecutivo punta ora i consigli regionali. In questi paradisi terrestri per politici di secondo piano, si arriva a guadagnare il 60% in più di quanto guadagna il presidente del Consiglio. E tra le promesse di Matteo Renzi c’è anche l’equiparazione tra gli stipendi di consiglieri regionali e governatori e quello del primo cittadino del capoluogo di regione.

Cosa significhi questa promessa lo ha stimato il servizio politiche territoriali della Uil: i governatori delle maggiori regioni italiani, come Roberto Cota, Roberto Maroni e Luca Zingaretti, subiranno un’emorragia di circa 6.000 euro al mese, mentre per i consiglieri regionali la riduzione dovrebbe essere mediamente pari a 3.500 euro.

Un bel segnale che comunque avrebbe un impatto limitato sui conti pubblici, visto che il risparmio per lo stato sarebbe solo di 44 milioni (foto by Infophoto). Una riduzione che è figlia anche del fatto che diversi primi cittadini si sono ridotti lo stipendio: a Torino ad esempio, Piero Fassino ha ridotto i suoi emolumenti da 9.580 lordi mensili a 4.650, mentre Giuliano Pisapia a Milano ha ridotto il suo stipendio netto da 5.600 a 3.600 euro.

Resterebbe sul tappeto un problema importante: questa riduzione toccherebbe almeno in parte tutti gli altri benefit che hanno i consiglieri regionali? Che fine farebbe l’indennità di diaria – circa 4.500 euro esentasse -, o i rimborsi chilometrici – a causa dei quali molti consiglieri scelgono la residenza più distante possibile del capoluogo… E ancora, cosa capiterebbe alle indennità di capogruppo o di presidente di commissione?

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