L’obiettivo di Mario Draghi è chiaro, svalutare l’Euro per arrivare – se possibile – ad un cambio di 1,2 Euro per ogni dollaro. Visto che la Bce non può comprare dollari e vendere euro per un patto informale tra le banche centrali, il governatore vorrebbe raggiungere questo obiettivo riducendo i tassi dallo 0,15 allo 0,05%.

Con prestiti così a buon mercato, molti operatori sarebbero spinti a finanziarsi in Europa, per poi  vendere euro per comprare altre valute che offrono rendimenti più elevati. Questo passaggio viene chiamato dai tecnici “carry trade“, e nel passato ha portato a svalutare yen e dollaro (foto by Infophoto).

Un cambio più vantaggioso avrebbe l’effetto di aumentare il Pil e combattere la deflazione. In che modo? Secondo una stima dell’ufficio studi della Confindustria una riduzione del 10% nel cambio tra l’Euro ed il dollaro garantirebbe un aumento del Pil dell’12,3% in tre anni, perché il dollaro debole renderebbe più semplice esportare.

E d’altra parte le importazioni di beni energetici avrebbero un costo maggiore, e quindi si otterrebbe un secondo vantaggio, aumentare i prezzi e quindi fuoriuscire dalla dinamica deflattiva in cui l’economia europea sta precipitando. C’è da sperare che nessuno intervenga per mettere i bastoni tra le ruote del governatore Bce – e visto la miope (per non dire peggio) leadership tedesca ho un po’ di timori.