Le start up innovative e a vocazione sociale sono delle nuove imprese tecnologiche che hanno una finalità di profitto, e contemporaneamente perseguono un’attività di interesse pubblico, come l’inclusione sociale, la valorizzazione del patrimonio artistico e architettonico, il sostegno all’accesso all’educazione e ai servizi sanitari.

Andando più nello specifico, i criteri che sono stati utilizzati dalla legge sono i seguenti: dobbiamo trovarci davanti ad una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, nuova o con meno di 4 anni di vita, meno di 5 milioni di fatturato e una forte componente di innovazione tecnologica – la si può stabilitre con una serie di indicatori misurabili. L’impresa poi, deve operare in uno dei settori individuati dall’art. 2, comma 1 del decreto legislativo 155 del 2006, ovvero l’assistenza sociale o sanitaria, l’educazione, l’istruzione e formazione, la tutela dell’ambiente, il turismo sociale, e così via.

Una lunga lista di criteri che ha finito per influire sul numero di realtà che possono essere considerate come startup a vocazione sociale: se complessivamente si può parlare di 2.254 start up innovative presenti nell’apposito Registro, soltanto 71 possono essere considerate a vocazione sociale – 22 sono nel campo editoriale. Una carenza di innovazione sociale se si considera che più della metà di queste startup si trovano in tre regioni: Lombardia, Lazio e Toscana.

Le organizzazioni a vocazione sociale continuano ad essere per la stragrande maggioranza rappresentati dalle Onlus, ovvero dalle organizzazioni non lucrative di utilità sociale – che possono avere o meno personalità giuridica. Questo tipo di organizzazioni gode di un regime tributario di favore per quanto riguarda le imposte sui redditi, l’imposta sul valore aggiunto così come le altre imposte indirette.