Arriva il Rapporto Istat 2014, e ovviamente l’immagine che traccia dell’Italia non può essere positiva. Il nostro paese si distingue all’interno dell’Unione Europea perché ha svolto “un grande sforzo di consolidamento fiscale nonostante una recessione economica tra le più profonde“, sottolinea il presidente Istat Antonio Golini. Complessivamente la varie manovre fiscali attuate dai vari governi hanno pesato per 182 miliardi di euro… Il rapporto dice anche che “Il nostro è stato l’unico Paese della Uem a non aver attuato nel complesso politiche espansive, presentando effetti cumulati restrittivi per oltre 5 punti di Pil“. In altre parole gran parte della recessione è dovuta al taglio della spesa pubblica, che rappresenta una delle componenti della domanda interna
Tra le cause della mancata crescita dell’economia italiana“ bisogna aggiungere poi la “prolungata stagnazione della produttività, che si protrae ormai dagli anni duemila“. Nel 2014, il Pil dovrebbe crescere ma poco. L’Istat prevede un aumento in termini reali dello 0,6% in quest’anno. Un dato che dovrebbe aumentare per arrivare all’1% nel 2015 ed all’1,4% nel 2016. Al risultato dovrebbero contribuire le esportazioni, ed anche un miglioramento dei consumi interni. Si prevede pure un miglioramento delle condizioni di accesso al credito (anche perché peggio di così probabilmente non si può andare…) “sostenuta da un incremento del reddito disponibile nominale superiore all’inflazione al consumo“.

Tra il 2007 e il 2012, rileva l’Istat, solo le famiglie dei pensionati i ritirati dal lavoro “hanno conservato livelli medi di consumo mensile positivi“, grazie alla sicurezza fornita dai loro redditi. Per gli altri è stata un’ecatombe: tra il 2007 e il 2013 il potere d’acquisto è sceso del 10,4%. Una caduta che è rallentata nel 2013, visto che il segno meno è stato “solo” dell’1,1%, grazie a un modesto aumento dello 0,3% del reddito disponibile.

I disoccupati sono poco sotto la soglia dei tre milioni, ma a questi l’Istat aggiunte 3.205.000 inattivi – ovvero quelle persone che non svolgono un’attività produttiva ma non cercano lavoro come i disoccupati… in totale quindi le  ”forze di lavoro potenziali“, ma non occupate, raggiunge  in Italia i 6,3 milioni di individui. Cifre drammatiche che vanno collegate al fatto che sta aumentando la disoccupazione di lunga durata: nel 2008 era al 45,1%, nel 2013 raggiunge il 56,4%. E chi perde lavoro fatica a trovarne un altro: nel 2007-2008 erano 33 disoccupati su 100 a trovare una nuova occupazione nel giro di un anno, tra il 2012 ed il 2013 la percentuale era scesa al 24%.

Ma è altrettanto difficile passare da un lavoro “atipico” a uno con contratto a tempo indeterminato: 527.000 atipici svolgono lo stesso lavoro da almeno cinque anni, erano il 18,3% nel 2008, sono diventati il 20,2% nel 2013. E tra i precari c’è anche un nutrito gruppo di dipendenti Istat, che ieri pomeriggio ha fatto irruzione in sala stampa, durante la presentazione anticipata del Rapporto per i giornalisti, per chiedere la stabilizzazione di 376 giovani che lavorano per l’istituto da 4 anni, in attesa dell’immissione in ruolo (foto by Infophoto).