L’incubo delle finanze pubbliche degli ultimi due anni, la parola che tutti i pezzi grossi ci hanno scaricato addosso quasi ogni giorno per spiegarci perché ci stavano soffocando di tasse, sembra fare meno paura, almeno per il momento.

Lo spread, cioè il margine o il differenziale, tra il rendimento dei nostri Btp a 10 anni e quello del corrispondente titolo di stato tedesco, il Bund, nella giornata di contrattazioni del 16 ottobre è sceso ai livelli minimi dal luglio del 2011. La quotazione di chiusura è di 231,37 punti, in calo dell’1,76% rispetto ad un giorno fa. Ma nel corso delle contrattazioni la quotazione è anche scesa sotto i 230 punti, 229 appunto. Il rendimento del Btp a 10 anni è del 4,23%.

Ci hanno ripetuto fino alla nausea perchè questo è importante: lo spread misura sostanzialmente quanto è ritenuta affidabile l’Italia dai mercati finanziari nel confronto con la nazione considerata oggi la più affidabile di tutte, la Germania. Più è basso questo valore, più i grandi operatori internazionali ritengono l’Italia capace di rimborsare le quote di debito pubblico che essi comprano. Di conseguenza saranno disposti ad incassare un interesse minore. Per cui l’Italia dovrà spendere meno per rimborsare il proprio debito, che potrà diminuire e quindi le tasse potranno scendere e l’economia risalire. Se invece sale, torna il disastro.

A rincuorare gli investitori c’è stato anche il bollettino economico della Banca d’Italia, diffuso appunto in giornata: “Sono emersi i primi segnali favorevoli. C’è la possibilità di un’inversione di tendenza dell’attività economica entro la fine dell’anno, cui la ripresa degli investimenti fornirebbe un contributo significativo“.