Lo spread è, con il rapporto Debito/Pil e i Credit default swap, uno dei principali indicatori osservati per misurare la crisi del debito di uno Stato e il suo rischio default.
Con il termine default, utilizzato sovente nel gergo quotidiano per indicare qualcosa che avviene ‘in automatico’ o ‘di consuetudine’, nel mondo economico e finanziario viene indicata, invece, l’incapacità tecnica del governo di un Paese di pagare, in tutto o in parte, il proprio debito. Una situazione, quindi, che in italiano potrebbe indicarsi come insolvenza, fallimento o bancarotta e che solitamente è preceduta da una grossa crisi del debito nazionale dettata dalla graduale impossibilità di coprire gli interessi sui titoli di stato in circolazione, un eccessivo aumento degli stessi interessi e il crollo della domanda dei titoli di nuova emissione.

È raro, in teoria, che un Paese non paghi tutto il proprio debito, poiché questo è sempre diviso tra creditori stranieri e creditori cittadini e non è mai interamente formato dai titoli di stato. Ne consegue, dunque, che il più delle volte l’esecutivo dello Stato insolvente, sotto la supervisione di organismi sovranazionali e con forti limitazioni della propria sovranità politica, avvii delle trattative con i propri creditori per accordarsi sul pagamento di una parte minore di quanto dovuto e ben oltre la scadenza naturale delle obbligazioni in circolazione (ristrutturazione del debito). Un esempio in tal senso è il caso, recente, della Grecia, anche se non sono mancati, nella storia, veri e propri casi di default sovrani, il più eclatante quello dell’Argentina: il paese sudamericano, nel 2001, di fronte all’incapacità oggettiva di rimborsare gli obbligazionisti, uscì dal mercato dei titoli di stato chiedendo assistenza del Fondo monetario internazionale.

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