Nella cronaca quotidiana dei mercati finanziari lo spread indica lo scarto registrato tra il Bund tedesco, l’emissione più solida d’Europa, e i titoli di stato dei Paesi che presentano rischi più elevati. Ne consegue che lo spread diventa una misura del rischio finanziario associato all’investimento nei titoli di un Paese, della difficoltà di recuperare il credito da parte dei suoi creditori: più ampio è lo spread, dunque, maggiore sarà il rischio connesso all’acquisto dei titoli emessi dallo Stato emittente.
Per quanto riguarda l’Italia il titolo di riferimento è il Btp, il Buono del tesoro poliennale: esso rappresenta un certificato di debito con scadenza superiore ai dodici mesi emesso dallo Stato con scadenza di 3, 5, 10, 15 o 30 anni e cedola (interessi) annuale e pagata semestralmente. Un Btp dal rendimento attuale del 5%, quindi, pagherà al suo possessore due cedole semestrali pari al 2,5% cadauna. Il rendimento non è dato solo dal tasso fisso della cedola, ma anche dalla differenza tra il prezzo di emissione e quello di rimborso, caratteristica questa tipica dei Bot, Buoni ordinari del tesoro, che sono invece titoli senza cedola (zero-coupon bond) con durata non eccedente i dodici mesi e emessi dal governo per finanziare il debito pubblico.

Lo spread implica necessariamente delle conseguenze sul rendimento del Btp. Questo può aumentare o calare secondo il grado di fiducia degli investitori verso il Paese emittente: se la fiducia aumenta, lo spread calerà e così il rendimento richiesto; se la fiducia cala, il rendimento che gli investitori richiedono per acquistare il titolo aumenta e lo spread può lievitare anche in modo vertiginoso, come accaduto nel novembre dello scorso anno, quando il margine è arrivato quasi a 600 punti dopo essersi mosso intorno a quota 350 da agosto ad ottobre e sui 150 punti tra la primavera e i principi dell’estate.
Uno spread troppo ampio implica un aumento degli interessi passivi, complicando notevolmente l’emissione di un nuovo debito e la tenuta del rating, il giudizio di solvibilità, dello Stato emittente, che si trova così costretto ad adottare misure di riduzione della spesa pubblica e di aumento della tassazione pur di evitare lo scenario, più nero, di insolvenza, fallimento o bancarotta. E le misure di riduzione della spesa pubblica e di aumento della tassazione adottate dall’esecutivo, come stiamo osservando nel nostro Paese, provocano una riduzione del reddito disponibile dei cittadini che a sua volta comporta un crollo dei consumi ed una contrazione della crescita economica che collocano lo Stato bersaglio della speculazione in un circolo vizioso dal quale sembra sempre più complicato uscire.