La spending review, così come ce l’hanno presentata, è un insieme di provvedimenti necessari per riequilibrare i conti dello Stato italiano evitando che all’orizzonte si profili qualcosa di simile a ciò che sta accadendo in Spagna e in Grecia. Peccato che alcune cose non siano chiare. 

Uno sguardo non molto attento, non riesce immediatamente a cogliere la relazione tra un emendamento del decreto della spending review legato alle prescrizioni mediche e il risparmio che da una certa operazione potrebbe avere lo stato. Proviamo a spiegarlo.

Da oggi, tutti i medici alle prese con paziente affetti da una patologia cronica o non cronica, dovranno prescrivere sulla ricetta soltanto il principio attivo con cui intendono curare l’assistito. Nel caso in cui vogliano che il cittadino assuma un particolare farmaco, devono giustificarlo per iscritto.

In alternativa, il cittadino, recandosi in farmacia, può acquistare un farmaco equivalente qualsiasi, sempre che abbia il principio attivo indicato dal medico curante. L’effetto immediato è un risparmio per il cittadino. Ma attenzione, c’è un risparmio, meno evidente, anche per lo Stato?

Il Servizio Sanitario Nazionale rimborsa soltanto una quota delle spese, equivalente al prezzo più basso dei farmaci in circolazione. In questo senso non cambierebbe nulla. La polemica alimentata dall’associazione dei farmacisti, dunque è legata al fatto che a fronte di un risparmio per lo Stato non proprio chiaro, è così sferrato un atto all’industria farmaceutica.