Primo giorno di shutdown quello di ieri per i cittadini Usa.
Nel primo giorno dell’anno fiscale, a seguito del mancato accordo tra democratici e repubblicani sulla legge di bilancio, i cittadini statunitensi si sono ritrovati una pubblica amministrazione ridotta ai servizi essenziali e circa 800mila dipendenti dello stato federale a casa senza retribuzione.
La procedura di shutdown prevede infatti la sospensione dei servizi considerati non essenziali, ad eccezione quindi di forze dell’ordine, assistenza medica ed esercito, e quasi un milione di dipendenti pubblici costretti a ferie non retribuite per la “serrata” dei loro uffici.
Un immagine molto più che imbarazzante per l’economia più potente al mondo ed ennesimo esempio di come le riforme e la ripresa degli Stati Uniti siano frenate soprattutto dall’interno.
Al centro del mancato accordo sulla legge di bilancio il cosiddetto Obamacare, la riforma sanitaria voluta a tutti i costi dal presidente Obama e ostacolata, in ogni occasione di voto, dai Repubblicani, forti della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti.
Per il partito dei conservatori, più volte portavoce delle assicurazioni private che garantiscono l’accesso alle prestazioni sanitarie, estendere le cure minime garantite dallo Stato ad una vasta platea di cittadini come previsto dalla riforma Obama è troppo oneroso per le finanze pubbliche.
I Repubblicani, l’altro ieri 30 settembre, si sono rifiutati di approvare persino un bilancio provvisorio per evitare che il debito pubblico sfori già questo mese la soglia massima fissata per legge a 16.700 miliardi di dollari, limite oltre il quale scatterebbe il default stabilito dalla stessa normativa sul bilancio nazionale Usa. Uno scenario, quest’ultimo, che fa davvero tremare il resto del mondo.