Alla Camera è stata presentata una proposta di legge bipartisan – tra i firmatari ci sono onorevoli Pd, di Forza Italia e del gruppo misto – in cui si introduce un’imposta del 10% sulle attività che sono state chiamate di sharing economy. Se la proposta dovesse diventare legge, Airbnb e altri abilitatori che mettono in contatto utenti e non “operatori professionali” – un passaggio che dovrebbe escludere Uber, ma non BlaBlaCar – dovrebbero agire da sostituti d’imposta per i redditi generati dagli utenti ed applicare un’aliquota  del 10% – entro i limiti dei 10.000 euro. Da questa imposta si prevede un gettito di 150 milioni di euro nel 2016 – e di 3 miliardi nel 2025.

Chi supererà questa cifra dovrà versare l’imposta considerando l’aliquota corrispondente al cumulo con gli altri redditi. Le piattaforme di sharing economy che vogliono operare in Italia dovranno iscriversi al Registro elettronico nazionale delle piattaforme digitali dell’economia della condivisione istituito presso il Garante del mercato. Al Garante, le piattaforme dovranno poi sottoporre un documento di politica aziendale che potrà essere approvato con il silenzio assenso.

Queste regole non potranno valere per le piattaforme che fanno firmare accordi di esclusiva, hanno tariffe fisse o strumenti di hardware-software per controllare la prestazione fornita – e ciò esclude Uber anche se tornasse ad essere legale. L’ultimo aspetto da considerare è che le piattaforme dovranno avere una stabile organizzazione in Italia. La tassazione ridotta dovrebbe far tendere gli utenti a scegliere le realtà iscritte a registro, visto che consentiranno un minor esborso erariale.