La Consulta ha dichiarato illegittima l’imposta conosciuta con il nome di Robin Tax. Questa è un’addizionale Ires che colpisce le aziende petrolifere ed energetiche, ed è stata introdotta con l’articolo 81 del decreto legge 112 del 2008 – per intenderci quindi è stata introdotta dal governo Berlusconi. A sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale è stata la Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia a seguito di un ricorso nato per l’iniziativa della Scat Punti vendita spa – si tratta di una rete di punti vendita di carburanti.

Solo nel 2014 la Robin tax ha consentito allo Stato di incassare la bellezza di circa un miliardo di euro dalle società energetiche – il pagamento riguarda ovviamente i bilanci dell’anno precedente, mentre nel 2011-2012 aveva portato un gettito di 2,8 miliardi di euro. Questa cifra è contenuta nell’ultima relazione su questo tema che è stata inviata dall’Autorità per l’energia al Parlamento. Si può quindi capire perché la Corte Costituzionale abbia dichiarato l’illegittimità, ma solo “pro futuro“, ovvero dal giorno della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della sentenza della Consulta – che sarà con ogni probabilità oggi stesso.

Se si fosse proceduto diversamente, registra la Consulta, “l’impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari determinerebbe uno squilibrio del bilancio dello Stato” che avrebbe provocato “una manovra finanziaria aggiuntiva“. E “in un periodo di perdurante crisi economica” ci sarebbe stata “una irragionevole redistribuzione della ricchezza a vantaggio di quegli operatori economici che possono avere invece beneficiato di una congiuntura favorevole“.

Il gettito previsto per l’anno in corso sarebbe inferiore al miliardo riscosso l’anno passato, perché l’aliquota dell’imposta, dopo tre anni al 10,5% era ritornata al 6,5%. Secondo gli analisti di una primaria sim italiana: “la cancellazione della Robin Tax avrebbe un impatto molto positivo sulle utilities e in modo particolare su quelle che operano in ambiti regolamentati. I maggiori benefici ricadrebbero su Snam e Terna che potrebbero registrare un aumento del 10% dell’utile per azione“.