Ufficialmente dicono che è “per non mettere troppa carne al fuoco“. Ma la decisione di non portare al Consiglio dei ministri di oggi il provvedimento di riforma della scuola, giunta ieri dopo il colloquio tra Matteo Renzi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sa tanto di marcia indietro, almeno provvisoria.

Ci sono almeno due buone ragioni, tuttavia ampiamente prevedibili. Innanzitutto la prospettata soluzione al problema dei precari tramite l’assunzione di centomila insegnanti in tre anni si scontra con i conti pubblici: il ministro dell’Economia Gian Carlo Padoan deve aver ricordato al suo esuberante capo che forse non ci sono abbastanza soldi.

In secondo luogo (ma forse può essere questo il motivo principale del rinvio) l’ipotizzata rivoluzione sul sistema di stipendi degli insegnanti, fondata su premi e punizioni a seconda del merito, sta incontrando resistenze ancora più forti del previsto; non solo da parte sindacale ma anche internamente al Partito democratico, che pesca ancora tra i dipendenti pubblici una fetta enorme del proprio consenso elettorale.

Per cui niente scuola, nella riunione del 29 agosto del Consiglio dei ministri. L’attenzione, almeno fino a quanto si apprende ora, sarà dedicata tutta al pacchetto “sblocca Italia” e alla riforma della Giustizia.