Teoricamente dovrebbe trattarsi di una notizia che i sindacati dovrebbero accogliere favorevolmente. Tuttavia quella parolina, merito, per loro ha lo stesso effetto di un profondo mal di pancia. Riassunto: nella riunione del Consiglio dei ministri del 29 agosto il Governo dovrebbe approvare la riforma della pubblica istruzione. Matteo Renzi sta giocando forte: il piano prevederebbe l’assunzione immediata di oltre 100mila insegnanti (proprio così, centomila) per sostituire quelli che andranno in pensione tra il 2017 e il 2020. L’operazione dovrebbe costare oltre un miliardo e mezzo di euro; il Governo giura di avere trovato i soldi. Gli assunti verranno presi dalle attuali graduatorie e dai vincitori degli ultimi concorsi; si tratterebbe di un colpo di spugna sui precari.

I sindacati dovrebbero festeggiare. Invece no, sono pronti allo sciopero. Perché la vera rivoluzione, nei piani di Renzi, sarebbe l’introduzione di un meccanismo di premi e punizioni per gli insegnanti in base al merito.

E qui casca l’asino. Non rivoluzione ma rivolta, secondo le prime dichiarazioni sindacali alla stampa: “Un tentativo di introdurre elementi di meritocrazia al di fuori di un sistema contrattuale per noi è inaccettabile“, afferma il capo della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo. Dello stesso tono gli altri componenti della triade. Francesco Scrima, Cisl scuola: “Lo strumento per valorizzare l’impegno è il contratto di lavoro, bloccato da 8 anni“. Massimo Menna, Uil scuola: “Se non si prevedesse nella riforma un impegno sul rinnovo del contratto, sarebbe molto negativo“.

Il Governo vola molto in alto, spesso senza sapere come atterrare; i sindacati viaggiano sottoterra, rifiutandosi di vedere quello che accade in superficie. E gli studenti, le famiglie? Zitti e pagate.