In alcuni atti pubblici è richiesta la dichiarazione sostituiva di certificazione del reddito. Il professionista o il cittadino che dichiarai il falso in questi tipi di documenti, rischia anche la reclusione. Ecco una sentenza del 23 agosto scorso.

L’imputata nel processo che stiamo per raccontarvi aveva consegnato una dichiarazione sostitutiva di certificazione contenente delle informazioni false sul proprio reddito. In pratica aveva dichiarato di avere un reddito pari a zero.

A quel punto, dopo le opportune verifiche, è scattata la denuncia con l’accusa di falsità ideologica commessa da un privato cittadino in un atto pubblico. Un reato indicato nell’articolo 483 del codice penale. L’accusa era talmente chiara e il reato così palese che nemmeno gli avvocati dell’imputata hanno provato ad opporsi alla Corte.

Per questo la Corte d’Appello ha confermato la sentenza del tribunale di primo grado. L’imputata ha poi provato a ricorrere in Cassazione cercando di far valere l’ipotesi che l’errore fosse stato commesso per mera distrazione e non intenzionalmente.

In pratica l’imputata ha provato a spiegare che il reato a lei ascritto mancava di un elemento soggettivo ma anche l’elemento oggettivo non poteva essere usato per l’accusa visto che l’autocertificazione da lei prodotta non può considerarsi un atto pubblico.

I giudici hanno comunque confermato l’accusa rifacendosi alla falsità delle dichiarazioni.