L’Agenzia Italiana per il farmaco, l’Aifa, ha chiesto alle aziende farmaceutiche italiane di impegnarsi a restituire in tutto o soltanto in parte il capitale che è stato impiegato dallo Stato per rimborsare farmaci che poi si sono rivelati incapaci, in tutto o in parte, di curare il malato così come avrebbero dovuto.

La misura, in realtà, è in vigore già da diversi anni: l’Aifa l’avrebbe introdotta per evitare che la spesa sanitaria dello Stato per il rimborso dei farmaci divenisse insostenibile per tutto il sistema sanitario nazionale. Oggi, però, l’Agenzia Italiana per il farmaco si appella alle case farmaceutiche affinché si impegnino a corrispondere effettivamente le somme che dovrebbero tornare allo Stato.

Come spiega Carmine Pinto, presidente dell’Associazione Italiana Oncologi Medici, la delega per il recupero delle somme è affidata alle Regioni e alcune di esse non disporrebbero di meccanismi efficaci per procedere al rimborso. E se alcune Regioni, come Lombardia ed Emilia-Romagna si presentano assai solerti, altre invece non riescono a recuperare che poche somme rispetto a quelle che dovrebbero essere effettivamente dovute.

La colpa potrebbe essere in parte attribuita al meccanismo attraverso cui si procede al rimborso delle somme, meccanismo che passa per più soggetti coinvolti e il cui ultimo anello della catena è rappresentato dagli uffici delle case farmaceutiche che si occupano direttamente di esaminare i documenti per il rimborso.

Anche l’Aifa, però, potrebbe avere le sue colpe. O questo almeno è ciò che risulterebbe dalle polemiche che vi sono state in merito alla raccolta dei dati: la contestazione principale che le si fa è quella di aver sviluppato un sistema di compilazione delle schede troppo complicato e gravoso per i medici che devono occuparsene.

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