Da gennaio si potrà andare in pensione a 66 anni e 3 mesi e restare in attività fino a 70 anni e tre mesi senza essere licenziati. L’adeguamento delle età pensionabili alla speranza di vita Istat introdotto dal governo Berlusconi (3 mesi in più ogni 3 anni) e accelerato dalla riforma Fornero (3 mesi ogni due anni dal 2019) inizia a prendere forma e già dal prossimo anno gli italiani potranno saggiarne le conseguenze. Per andare in pensione di vecchiaia da gennaio dipendenti pubblici (uomini e donne), dipendenti privati ed autonomi dovranno lavorare almeno fino a 66 anni e tre mesi (contro i 66 di quest’anno), mentre le dipendenti private, ma fino al 2018, quando il limite minimo sarà per tutti 66 anni e 7 mesi, potranno lasciare il lavoro a 62 anni e tre mesi.

Dal prossimo mese salirà anche la soglia contributiva per accedere alla pensione di anzianità, che la riforma Fornero definisce “anticipata”, 42 anni e 5 mesi per gli uomini e 41 anni e 5 mesi per le donne, mentre gli “inesauribili” potranno lavorare fino a 70 anni e tre mesi senza essere licenziati, limite che, sulla base dell’ultimo rapporto della Ragioneria dello Stato sugli adeguamenti relativi alle previsioni di allungamento della vita elaborate dall’Istat, nel 2065 salirà addirittura a 75 anni e 3 mesi. Coloro che decideranno di uscire dal lavoro prima dei 62 anni, ancora, subiranno un taglio all’assegno previdenziale dell’1% per ogni anno fino ai primi due e del 2% poi.

Il nuovo regime, ricordiamolo, dovrà convivere con le vecchie regole fino a giugno 2013 per quegli autonomi che avevano maturato i requisiti per uscire dal lavoro prima della riforma del 2011 ma che dovevano aspettare la cosiddetta “finestra mobile” per andare in pensione (18 mesi per i lavoratori autonomi e 12 per i dipendenti) e ancora per qualche anno per gli “esodati” (130mila quelli fino ad ora coperti finanziariamente dall’esecutivo).

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