Da gennaio ci vorranno almeno 66 anni e 3 mesi per andare in pensione. È l’effetto delle novità introdotte nel sistema previdenziale italiano dal governo Berlusconi, prima, e dalla riforma Fornero, poi, con le stime sull’allungamento della vita elaborate dall’Istat a fare da guida a tutti gli adeguamenti dell’età pensionabile: 3 mesi in più ogni tre anni fino al 2018 e 3 mesi ogni due anni dal 2019. La riforma prevede però un importante distinguo per tutti coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 1995 e che, quindi, sono partiti in pieno regime contributivo. Per questi lavoratori, infatti, è prevista la possibilità di uscire dal lavoro con tre anni di anticipo, 63 anni e 3 mesi dal prossimo gennaio e 68,3 nel 2065, con un assegno di pensione interamente calcolato sulla base dei contributi versati.
La riforma Fornero, inoltre, incentiva la permanenza al lavoro attraverso un coefficiente di calcolo della pensione più alto per chi lascia l’impiego a 70 anni anziché 65 come in precedenza, senza dimenticare che più contributi si accumulano più sale l’assegno mensile di pensione, visto da quest’anno è partito il sistema contributivo pro-quota per tutti.
Preoccupa però la correlazione tra aumento dell’età pensionabile e disoccupazione giovanile. Per Carlo Dell’Aringa, esperto di mercato del lavoro, “a fronte di un livello dell’occupazione che ristagna da due anni, abbiamo avuto un aumento di quasi mezzo milione di occupati tra i 56 e i 66 anni: ecco perché i giovani non entrano”.

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