“Il posto fisso non c’è più”. Punto. Questo ha detto Matteo Renzi sul palco conclusivo della Leopolda 5 di Firenze, mentre migliaia di lavoratori, affiancati dai sindacati, scendevano in piazza a Roma per tutelare il proprio posto di lavoro o per richiederne uno.

Per nulla sostenitore dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e anzi, sempre più convinto di volerlo togliere di mezzo, Renzi ha incentrato il suo discorso sulle nuove sfide da affrontare nel mondo del lavoro e sulle nuove regole che secondo lui dovrebbero essere introdotte per aiutare il cambiamento: “Sbloccare l’incantesimo sul lavoro è la grande battaglia culturale degli ultimi trent’anni dentro la sinistra. Noi pensiamo che si possa combattere il precariato cambiando le regole gioco“. E poi il punto cruciale delle sue affermazioni: “Di fronte ad un mondo che cambia con questa velocità, noi dobbiamo fare in modo che ci sia il contratto a tempo indeterminato, ma il posto fisso non c’è più. Perché e cambiato il mondo attorno a noi” condita con le sue solite metafore efficaci: “Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino. E’ finita l’Italia del rullino“.

Per contro, Renzi si dice convinto di voler estendere gli ammortizzatori sociali e le tutele non solo ai lavoratori delle aziende che hanno più di 15 dipendenti ma anche a quelle che ne hanno meno e agli artigiani. E sempre per quanto riguarda il “famigerato” articolo 18, affidarsi a questa norma per il Premier significa: “Chiamare un giudice dentro l’azienda a sindacare i motivi per cui si licenzia: dai da lavorare a giudici e avvocati ma non a chi perde il lavoro“.

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