Una sentenza della Corte di Cassazione la 21959/2015 ha posto dei limiti nella rilevanza dell’uso del pubblico registro automobilistico (Pra) ai fini del famigerato redditometro. Tutto è partito con un contenzioso che è nato da un accertamento sintetico dell’Agenzia delle entrate: veniva attribuito un reddito maggiore ad un contribuente avvalendosi dei dati contenuti nel Pra – il soggetto sotto accertamento risultava essere proprietario di quattro autovetture.

L’appello dell’Agenzia delle Entrate era stato già rigettato dalla commissione tributaria regionale del Lazio perché il soggetto accertato era riuscito a dimostrare la vendita di due delle quattro vetture di cui risultava ancora intestatario secondo il Pra. Ed inoltre aveva dichiarato un reddito “decoroso” così come la moglie. Secondo la commissione regionale “il possesso di due auto non è motivo idoneo ad avvalorare un accertamento sintetico, anche perchè il contribuente…aveva effettuato diverse vendite di natura patrimoniale e il coniuge aveva dichiarato un reddito di circa L. 54.000.000.

L’Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso presso la Suprema Corte, perché la Commissione d’appello avrebbe “ritenuto idonee a contrastare le indicazioni presuntive di reddito semplici dichiarazioni sostitutive di atto notorio, una dichiarazione unilaterale del venditore ed una ricevuta di pagamento della tassa automobilistica“, e in questo modo avrebbe sminuito le risultanze del Pra, Registro che ha la finalità di rendere opponibili a terzi, inclusa l’Amministrazione, gli atti di trasferimento dei veicoli. La Cassazione ha confermato il verdetto della CTR, argomentando che non si può “attribuire efficacia dirimente alle risultanze del Pra, laddove queste, ai fini dell’individuazione dell’effettivo proprietario di un veicolo, forniscono elementi meramente presuntivi, dovendo l’effettiva titolarità del veicolo essere accertata alla stregua delle regole civilistiche, in base alle quali, in caso di vendita, l’effetto traslativo si verifica a seguito del mero consenso delle parti (Cass. nn. 1226 del 1999, 8415/2006)“. Su questo tema c’è da aggiungere che la Cassazione non ha ancora fatto emergere un orientamento unanime.