I fondi d’arte sono ormai diventati una vera e propria asset class, caratterizzata da una forte domanda da parte degli investitori e, di contro, da una ristretta offerta, limitata a pochi intermediari che li propongono.
Una domanda che con la crisi è diventata sempre più sostenuta, a conferma che l’arte è anch’essa un bene rifugio e che l’incertezza tipica degli ultimi 4 anni ha orientato molti investitori verso asset che hanno una bassa correlazione con gli investimenti tradizionali, molto più ‘permeabili’ alle turbolenze dei mercati e alle spinte inflazionistiche derivanti dalle iniezioni di liquidità operate dalle banche centrali (Fed, Bce e Boj su tutte).

Nell’ultimo rapporto Art&Finance 2013 di Deloitte-ArtTactic, risalente alla primavera di quest’anno, si evidenzia infatti il ruolo dell’arte come nuova frontiera degli investimenti, un bene rifugio (forse più dell’oro, dei beni preziosi e del lusso in generale) non correlato all’andamento dei mercati azionari e obbligazionari (e poco legato al rischio Paese), utilissimo per diversificare i portafogli e proteggere, far lievitare e, nonostante la scarsa liquidità del settore, monetizzare gli investimenti.
Le risposte dei wealth manager al questionario di Deloitte-ArtTactic confermano il trend in corso: appena due anni fa, nel 2011, il 60% di essi considerava l’arte come un servizio di intrattenimento, ma oggi solo il 27% è ancora convinto di ciò. Il 53%, viceversa, riferisce di ricevere sempre più richieste da parte di clienti in cerca di nuove opportunità di investimento in treasury asset: il 43% cerca questi asset, dichiarano i manager, perché in essi vedrebbe l’opportunità, congiunta, di diversificare il rischio, proteggersi dalle forti oscillazioni dei mercati ‘tradizionali’ e aumentare il capitale investito. La ricchezza detenuta in treasure asset (arte, filatelia e numismatica), si legge nel rapporto, a marzo di quest’anno ammontava a circa 4 mila miliardi di dollari, con una quota media individuale detenuta dagli operatori pari al 9,6%.