Il Quantitative easing lanciato dalla Bce all’inizio di marzo di quest’anno arriva con diversi anni di ritardo rispetto all’analoga misura lanciata dalla Fed – la banca centrale degli Stati Uniti. La principale ragione di questo ritardo è rappresentata dal fatto che la Banca centrale europea ha tra i suoi obiettivi quello di mantenere l’inflazione intorno al 2%, mentre non deve – come la Fed – interessarsi del tasso di disoccupazione nella zona Euro. E così Mario Draghi ha potuto usare questo bazooka solo quando l’Europa è finita in deflazione.

Il Quantitative easing (QE), con ogni probabilità, riuscirà a riportare l’inflazione europea vicino all’obiettivo del 2%, mentre non è così certo che riesca ad ottenere gli stessi benefici economici che è riuscita a generare la corrispondente manovra della Fed. Il motivo principale, come sottolineano anche gli economisti di Hsbc o di Rbs, è che la cinghia di trasmissione tra la politica monetaria e l’economia reale è molto meno efficiente in Europa.

Negli Usa le grandi aziende, si finanziano principalmente sul mercato finanziario, la riduzione dei tassi portata dal Quantitative easing ha rappresentato per loro un beneficio immediato. In Europa la maggior parte del credito alle imprese passa attraverso le banche. Perché arrivino i benefici legati al QE è necessario che le banche riducano i tassi alle imprese e aumentino le erogazioni – nel nostro paese la seconda cosa è piuttosto difficile.

Facile aspettarsi riduzioni dei tassi bancari ma di importo limitato – nell’ordine dello 0,5-1%. Difficile che si arrivi a riduzioni più significative perché le banche europee sono zavorrate dai pesanti requisiti patrimoniali imposti dalla Bce e dalla montagna di crediti in sofferenza. Difficile quindi che a breve possa ricomparire in Italia il credito scomparso a seguito della crisi – circa 100 miliardi di euro.

Un altro problema legato a Quantitative easing è che questa rischia di essere l’unica misura espansiva. Ci vorrebbero delle misure espansive anche a livello di bilancio. Il piano Juncker sugli investimenti, che dovrebbe affiancare il “bazooka” di Mario Draghi, è in realtà ben poca cosa. L’unico sicuro effetto positivo sull’economia europea dovrebbe essere portato dal deprezzamento dell’Euro. Per le aziende sarà molto più facile esportare – ma ci sarà anche l’effetto negativo legato al fatto che dovremo pagare di più il petrolio.