Il Quantitative easing era un passo necessario per rilanciare l’economia europea. Il rischio maggiore collegato all’alleggerimento quantitativo è che non riesca nel suo intento di riportare l’inflazione della zona Euro al 2% e a far uscire definitivamente dalla recessione i paesi più in crisi – in primis Italia e Grecia. Il Quantitative easing è l’ultima arma in mano all’Ue per dimostrare la solidità della costruzione che ha portato alla nascita della moneta europea. Se non dovesse funzionare riaprirebbe la porta all’instabilità finanziaria.

La probabilità di un insuccesso totale è piuttosto bassa – il Quantitative easing non dovrebbe incontrare grossi ostacoli nell’obiettivo di riportare l’inflazione al 2%, mentre è ancora da vedere se riuscirà ad avere effetti significativi sulle economie dei paesi europei. Ogni insuccesso – anche parziale – potrebbe produrre i suoi effetti sui mercati finanziari, e come abbiamo visto in Italia alla fine del 2011, un paese sotto attacco della speculazione è ad un passo dal default.

Rischi analoghi si corrono anche su singoli aspetti del piano pensato da Mario Draghi. La mutualizzazione del debito ottenere il via libera dalla Germania e dai paesi dell’Europa del nord. Questa mancata condivisione del rischio potrebbe essere presa dai mercati come un segnale negativo di reciproca sfiducia circa la sostenibilità del debito sovrano di alcuni paesi – in primis quello italiano. Un altro aspetto negativo da considerare è rappresentato dalla scelta di suddividere gli acquisti in base alle quote di capitale detenute dai singoli paesi finirà per ridurre in primis i rendimenti dei titoli tedeschi – e sono già molto molto bassi. Sarebbe stato più sensato agire sulla riduzione dei rendimenti relativi ai titoli di Stato dei paesi periferici dell’Eurozona. Un loro alleggerimento libererebbe risorse dei bilanci statali – da destinare alla crescita di questi paesi – e provocherebbe un miglioramento delle condizioni di credito, diminuendo il gap di competitività attualmente esistente.