Per “Quantitative Easing” (QE), o “alleggerimento quantitativo”, si intende l’acquisto di titoli di Stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea. Questo piano è stato previsto dalla BCE, Banca Centrale Europea, nel 2015 con l’obiettivo è di incentivare i prestiti bancari verso le imprese e far crescere l’inflazione portandola a quota 2%, le cui aspettative oggi sono molto basse.

Eppure il QE non appare essere il mezzo efficace per rimettere in moto l’economia reale, come sperato dalla BCE.

A tirare le somme sul Quantitative Easing è stato l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. I dati parlano chiaro: passato un anno e mezzo dall’acquisto massiccio di titoli per oltre 1.248 miliardi di euro (oltre 1.061 miliardi di euro del settore pubblico) da parte della Banca Centrale Europea, in tutta l’Eurozona l’inflazione non è migliorata ed è rimasta intorno allo zero per cento e i prestiti alle imprese, in particolar modo in Italia, sono addirittura calati.

L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre spiega che nonostante l’immissione di liquidità della BCE:

“Il livello medio dei prezzi nell’Area dell’euro è cresciuto di appena lo 0,1% mentre i prestiti alle società non finanziarie europee sono scesi di -0,7 punti percentuali. Anche in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, l’inflazione è prossima allo zero (+0,2% per i consumatori tedeschi e +0,1% per quelli francesi)”.

In Italia la BCE ha acquistato più di 87 miliardi di titoli di Stato italiani (dati al 31 gennaio 2016, pari al 16% del totale), con riferimento agli ultimi 12 mesi, l’inflazione è salita di appena lo 0,2%, mentre i prestiti alle società non finanziarie (cioè alle imprese) sono scesi del 2,3% (pari a una contrazione di 15 miliardi di euro).

Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi, commenta:

“L’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Euro ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non stia raggiungendo i risultati sperati tant’è che l’inflazione è ferma, i prestiti alle imprese non ripartono e la crescita economica non trova lo slancio che servirebbe, creando preoccupazione negli operatori e riducendo la fiducia delle imprese. Insomma, il bazooka di Draghi non ha sortito gli effetti sperati. Una quota rilevante di questi 87 miliardi di euro sono finiti alle nostre banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla BCE, anziché impiegarli nell’economia reale”.

E così il credito alle imprese stenta a ripartire, diversamente dalla domanda di finanziamenti da parte delle aziende che nel 2015 è aumentata del +4,5% rispetto all’anno precedente. I dati relativi agli impieghi totali alle imprese (società non finanziarie e famiglie produttrici) riportati dalla CGIA Mestre indicano come, dalla fine del 2014 alla fine del 2015, le consistenze siano scese ancora del -1,6%, pari a quasi 15 miliardi di euro, con saggi più negativi nelle seguenti Regioni:

  • Lazio (-4,6%);
  • Veneto (-3,4%)
  • Calabria (-3,3%);
  • Basilicata (-3,0%).

La morsa del credit crunch è ancora forte, con segnali positivi solo in:

  • Campania (+0,2% degli impieghi alle imprese tra il 2014 e il 2015.);
  • Abruzzo (0,5%);
  • Trentino Alto Adige (+2,1%);
  • Sardegna (+2,9%);
  • Friuli Venezia Giulia (+3,5%).

Fonte CGIA Mestre.