Tra i pionieri del Quantitative Easing c’è sicuramente il Giappone con la sua Banca Centrale (BoJ) che, dopo il crash finanziario e patrimoniale dei primi anni ’90, nel 2001 introdusse il suo primo QE, per rilanciarlo e proseguirlo fino ad oggi. Un’operazione che lascia molti dubbi visto che a distanza di tanti anni il Giappone si trova ancora nella situazione in cui si trovano adesso l’Europa e praticamente tutto il resto del globo.

Nel 2013 la Banca centrale giapponese, guidata dal nuovo Governatore della BoJ, Haruhiko Kuroda, fece evolvere il QE in QQE (Quantitative and Qualitative Easing) incrementando il suo programma di acquisto di titoli di 1400 miliardi di dollari in due anni con l’obiettivo annunciato di far portare l’inflazione al 2% nel più breve tempo possibile. Obiettivo che il Giappone riuscì a raggiungere.

Tra gli altri obiettivi del Quantitative Easing giapponese c’erano quelli di applicare il QE sul 100%, arrivando così a triplicare la propria base monetaria dal 2008 al 2014, e su titoli più rischiosi.

Per Kuroda il QQE ha ottenuto i risultati sperati, il trend inflazionistico è migliorato e l’inflazione, escludendo cibi freschi ed energia, a novembre 2015 ha fatto registrare il+1,2%. Va però sottolineato che se però si include nell’analisi anche la componente energetica la situazione cambia decisamente e l’inflazione rasenta lo zero.

Oggi ad oltre quindi anni dall’inizio di questo tipo di politiche economiche del Giappone la ripresa appare ancora lenta ed instabile, esposta a rischi al ribasso, in più il debito pubblico è cresciuto di pari passo con il bilancio della Banca centrale giapponese, andando verso il 230% del PIL contro il 170% del 2007. Questo perché buona parte della liquidità immessa dalla Banca centrale giapponese con il suo QE si è riversata sui mercati finanziari internazionali, nelle economie emergenti e in operazioni speculative.

Insomma i risultati raggiunti dal Giappone lasciano quindi molti dubbi sull’efficacia del Quantitative Easing, ora lanciato anche in Europa con obiettivi similari, come mezzo per dare slancio alla crescita economica.

Nonostante questo il Giappone continua ad essere convinto della propria politica monetaria e prosegue nel portare avanti un programma QE simile a quello lanciato nel passato sempre con lo stesso obiettivo di combattere la deflazione.

Il rischio di una politica monetaria del genere (espansiva basata sul deficit pubblico e senza un reale aiuto della produttività), che anche l’Europa dovrebbe tenere ben presente, è inoltre che avvenga una “iperinflazione” che, se dovesse verificarsi, porterà i consumi e la produttività a scendere vertiginosamente, bloccando anche gli investimenti nel Paese. Un effetto capace di mettere in ginocchio il Paese e tutte le economie ad esso strettamente collegate.