Il “Quantitative Easing” (QE) è il meccanismo di acquisto di titoli di Stato e di altro tipo utilizzato dalle Banche Centrali (la BCE in Europa), per immettere nuovo denaro nell’economia. L’obiettivo è di incentivare i prestiti bancari verso le imprese e far crescere l’inflazione portandola a quota 2%.

Un meccanismo che aiuta la BCE a controllare l’inflazione nell’Eurozona, insieme alla manipolazione dei tassi di interesse di mutui e prestiti, tanto che a fronte del rialzo dell’inflazione registrato a fine 2016 e inizio 2017 nell’Eurozona (+1,8% a gennaio) e del fatto che solitamente i Governi puntano ad un’inflazione vicina ma al di sotto del 2%, in molti stanno chiedendo alla BCE di ridurre gradualmente il QE che la Banca Centrale Europea ha deciso di prolungare per tutto il 2017.

Il presidente della BCE, Mario Draghi, spiega però che l’aumento dell’inflazione è stato causato quasi interamente dal rialzo dei prezzi dell’energia e degli alimentari, soprattutto del petrolio, mentre l’inflazione di base è rimasta ferma a gennaio allo 0,9%: dunque si tratta di una tendenza che ancora non riesce a sostenersi da sola e di una situazione economica nell’UE ancora instabile ed incerta. La spinta dello stimolo monetario risulta pertanto ancora necessaria.

Il Quantitative Easing però, secondo la CGIA Mestre, non funziona. Lanciato nel 2015 con massicci acquisti di titoli da parte della Banca Centrale Europea, con l’obiettivo di riportare il tasso di inflazione al 2% e ridare fiato all’economia, non sembra aver risolto i problemi nell’Eurozona, dalla bassa inflazione, alla stretta dei prestiti alle imprese. Situazione che in Italia appare anche peggiore rispetto agli altri Paesi dell’area euro. Ma anche in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, il QE non sembra aver prodotto i risultati sperati visto che l’inflazione è prossima allo zero (+0,4% per i consumatori tedeschi e +0,3% per quelli francesi).

In Italia la BCE, al 31 gennaio 2017, ha acquistato 222 miliardi di titoli di Stato italiani, ma l’inflazione nel 2016 è rimasta negativa (-0,1%), mentre l’accesso al credito delle imprese ha subito una flessione al 2,4%, pari a una contrazione di 21,2 miliardi di euro tra novembre 2015 e lo stesso mese del 2016.

Il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo, spiega:

“L’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Euro ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria riducendo il costo del nostro debito pubblico, ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non abbia ottenuto i risultati sperati, tant’è che l’inflazione è ferma, i prestiti alle imprese non ripartono e la crescita economica non trova lo slancio che servirebbe. Insomma, il bazooka di Draghi non ha sortito gli effetti sperati. Una quota rilevante di questi 222 miliardi di euro sono finiti alle nostre banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla BCE, anziché impiegarli nell’economia reale”.

Il Segretario della CGIA, Renato Mason, aggiunge:

“Le regole si stanno assestando sempre più in alto. Prima l’Europa chiedeva alle banche un patrimonio dell’8% degli impieghi; ora bisogna avere il 10-12% circa. In altre parole, la banca per prestare 100 milioni deve avere un patrimonio di oltre 10-12. L’asticella che varia nel tempo per gli istituti di credito è un problema. Infatti, dura da 2 anni la corsa per adeguarsi alle nuove regole europee, applicate con rigidità e nel periodo peggiore, ovvero nel bel mezzo di una crisi. Al di là delle responsabilità, comunque, rimane un fatto: la nostra economia ha bisogno di un sistema creditizio efficiente e attento ai territori, in particolar modo alle piccole e medie imprese che continuano ad essere l’asse portante della nostra economia”.

Fonte: CGIA Mestre.