Il Decreto Ministeriale 226/2015 che entrerà in vigore il prossimo 2 marzo cerca di rilanciare il prestito vitalizio ipotecario, un particolare tipo di finanziamento nato in Inghilterra alla fine degli anni Novanta, ed introdotta in Italia con l’art. 11-quaterdecies del decreto-legge n. 203 nel 2005. Che cosa cambia dalla versione originale? Si abbassa l’età – ora basta avere compiuto i 60 anni – di chi, avendo un’abitazione, può chiedere un finanziamento pari ad una percentuale del valore di mercato dell’immobile – si va da un minimo del 15% ad un massimo della metà del valore dell’immobile, e la percentuale aumenta in proporzione al crescere dell’età del richiedente. Chi lo ottiene non ha l’obbligo di lasciare l’abitazione o di ripagare capitali o interessi e ne mantiene la proprietà.

Gli unici vincoli sono l’accensione di un’ipoteca sulla casa, e se il soggetto che ottiene il finanziamento è coniugato o convivente more uxorio da almeno cinque anni e tutti e due risiedono nell’immobile su cui si accende l’ipoteca, il contratto deve essere sottoscritto da entrambi, anche se l’immobile è di proprietà di uno solo. Se chi riceve il finanziamento non riesce a restituire i soldi presi a prestito durante il corso della sua vita, gli eredi avranno la scelta tra il riscatto dell’immobile gravato dall’ipoteca o la sua vendita. In questo caso i soldi ottenuti per questa via spetteranno alla banca fino alla copertura di capitale, interessi ed altri eventuali costi, mentre quello che resta andrà agli eredi.

Il DM stabilisce dei limite nelle spese di istruttoria che la banca può addebitare al soggetto finanziato, e che l’istituto di credito predisponga dei prospetti per illustrare il possibile andamento del debito negli anni. Un’ultima annotazione, l’istituto di credito può richiedere il rimborso integrale del finanziamento solo se si verifica una riduzione significativa del suo valore – che però deve riuscire a dimostrare.