L’ho scritto qualche giorno fa: in Italia ci sono quasi due milioni di famiglie – ovvero cinque milioni di persone – che vivono in povertà assoluta. Circa l’11% della popolazione non dispone di beni di prima necessità, ovvero non si può scaldare, o non ha la possibilità di mangiare alimenti come la carne. E come indica l’Istat, dal 2007 al 2012 il numero di individui in povertà assoluta in Italia è raddoppiato: da 2,4 a 4,8 milioni.

un quadro desolante, che completiamo con un’ultima statistica:  il 17% delle famiglie dichiara di aver ridotto gli acquisti alimentari e di essere costretta a a scegliere prodotti di qualità inferiore. Non saremo, come dice il Codacons, un paese da Terzo Mondo, ma comunque la politica, invece di arrovogliarsi in questioni da basso impero su Silvio Berlusconi, dovrebbe dimostrare di preoccuparsi veramente del bene comune promuovendo la lotta alle nuove povertà.

E per aiutare i poveri l’unico strumento che oggi è in mano alla politica è quello di cercare una redistribuzione dei redditi, aumentando il prelievo a chi se lo può permettere. Questa scelta sarebbe eticamente giusta, e permetterebbe di uscire fuori dalla crisi aumentando i consumi. Perché l’aumento di reddito dei più poveri si tradurrebbe in maggiori consumi, mentre l’aumento del prelievo sui più ricchi non avrebbe alcun effetto negativo sulla domanda globale. Si potrebbe pensare – per esempio – a finanziare una riduzione dell’Iva ordinaria al 20%, aumentando di otto miliardi la tassazione finanziaria e l’aliquota Irpef a chi guadagna più di 90.000 euro.

Molto probabilmente poi questa riduzione dell’Iva provocherebbe un aumento di gettito, per cui si potrebbe prevedere una restituzione in tutto o in parte di questo extra-gettito…

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