Se il Pil non torna a salire il valore delle pensioni potrebbe diminuire anche del 20%.
Ad evidenziare la triste prospettiva una nota del servizio statistico attuariale dell’Inps lasciata da Antonietta Mundo, l’ex coordinatore dell’ufficio stime previdenziali dell’ente previdenziale da pochissimo in pensione.
“Se le stime del Mef fossero verificate”, si legge nel documento circolato sui quotidiani nazionali nella settimana di Ferragosto, “sarebbe la prima volta che i contributi versati, anziché rivalutarsi, subiscono un decremento”.
La pensione, con il sistema previdenziale introdotto negli ultimi anni, dipende infatti dai contributi accumulati da ogni lavoratore.
Il datore di lavoro versa all’Inps il 33% dello stipendio di ogni dipendente e l’ente rivaluta ogni anno questi contributi secondo la crescita media del Pil nominale registrata nei cinque anni precedenti.
Finché il Prodotto interno lordo italiano cresce, e l’inflazione aumenta in misura modesta, timori circa la consistenza della futura pensione non dovrebbero sorgere.
Ma se la crescita è zero e si prospetta uno scenario di deflazione, come ora, i contributi versati diminuiscono anziché rivalutarsi e le prospettive economiche per i futuri pensionati diventano davvero preoccupanti.

L’esempio riportato nella nota dell’ufficio studi dell’Istituto nazionale di previdenza sociale rende meglio evidente la situazione.
Nel 1997, ricorda l’analisi, il tasso di rivalutazione dei contributi previdenziali è stato del 5,5871%, mentre quindici anni dopo, nel 2012, si è scesi all’1,1344%.
Quest’anno, si legge nel dossier, “si avrà un tasso di capitalizzazione di segno negativo stimato pari a -0,024 per cento”: per la prima volta in assoluto da quando è stato introdotto il sistema contributivo in Italia, le somme versate all’Inps si sono svalutate, e se la crisi dovesse prolungarsi ancora, dunque, la mancata crescita dell’economia nazionale rappresenterà un ulteriore incubo per gli italiani.