Non c’è niente da dire. La scelta di Matteo Renzi sulla nuova guida dell’Inps è significativa, soprattutto se si considera che solo due mesi fa era stato posto alla sua testa il commissario Tiziano Treu – che avrebbe dovuto concludere il suo mandato in primavera ed appartiene alla minoranza del Partito Democratico.

Il nuovo presidente Tito Boeri, non appartiene al mondo della politica, ed è fuori dai tradizionali giri di potere romani, per cui è facile immaginare che il suo arrivo alla testa dell’Inps porti ad un cambio di passo per la previdenza italiana, a partire dal varo della busta arancione – che dovrebbe dare ai lavoratori una stima della pensione che dovrebbe ricevere.

La famigerata riforma delle pensioni targata Elsa Fornero ha allontanato l’età della pensione a 66 anni ed oltre, facendo dell’Italia il paese europeo in cui si lascia il lavoro più tardi. L’altro passo è stato un sistema di calcolo della pensione di tipo contributivo, che è meno generoso soprattutto per chi – come buona parte degli italiani – ha avuto una carriera precaria.

Con ogni probabilità l’economista della Bocconi sarà quello di rendere più equo il sistema, a cominciare dalle forti sperequazioni presenti tra i pensionati – oltre a rendere più flessibile l’uscita del lavoro senza generare eccessive penalizzazioni dell’assegno percepito.

Da considerare poi che il ministero dell’Economia, con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale alla fine del 2014, ha stabilito che per andare in pensione nel 2016 ci vorranno quattro mesi in più. In pratica bisognerà lavorare una stagione in più prima di arrivare a questo agognato traguardo.

Il decreto aggiorna anche il sistema delle quote. Vigeva già prima dell’avvio della riforma Fornero. Ora sopravvive solo per alcune categorie, come gli esodati o i prepensionati del pubblico impiego. Da gennaio del 2016 potranno andare in pensione solo dopo aver raggiunto quota 97,6 – un numero che si ottiene aggiungendo all’età il numero di anni in cui si sono versati contributi.

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