L’Ocse mette a confronto i sistemi previdenziali dei paesi membri – dell’organizzazione fanno parte 34 paesi, ovvero Europa occidentale, America settentrionale più paesi come Giappone, Australia, Cile e Turchia – e mostra tutti i problemi di tenuta di tali sistemi nell’Europa occidentale.

Come al solito l’Italia non ci fa una bella figura, visto che mettendo a confronto i dati del 2011, non si può fare a meno di constatare come le pensioni nel nostro paese rappresentino una quota sproporzionata della spesa pubblica: il 32% contro una media Ocse del 18%.

Il confronto è meno penalizzante se viene fatto con alcuni paesi europei: in Polonia, Austria, Portogallo e Grecia la spesa pensionistica è compresa tra il 25 ed il 28% della spesa pubblica, in Germania e Spagna siamo attorno al 23%, in Francia siamo vicini al 25%.

Gli Usa (16% della spesa pubblica) e Islanda (5%) sono lontani anni luce dal nostro paese. La nostra insomma, resta la spesa per le pensioni più elevata tra i Paesi industrializzati, ma le ultime riforme – ed in particolare quella varata dalla ministra del governo Monti Elsa Fornero – stanno aumentando “la sostenibilità finanziaria del sistema“.

La riforma ovviamente ha anche dei risvolti negativi, il più evidente è l’impatto negativo sul reddito dei cittadini. La sostenibilità finanziaria è aumentata, ma restano sul tavolo problemi come il “mix di crescita debole, bassi tassi di interesse e bassi rendimenti“. Questi elementi mettono “A rischio la tenuta dei sistemi pensionistici“.

La nostra spesa pensionistica supera la media Ocse anche se rapportata al Pil: siamo al 14% contro una media Ocse del 10%. Nel lungo periodo la situazione dovrebbe normalizzarsi, visto che nel 2050 la spesa pensionistica italiana dovrebbe essere pari al 16% del Pil, mentre in Austria, Belgio, Slovenia e Lussemburgo dovrebbe raggiungere un livello compreso tra il 16 ed il 18%. Da rilevare infine come l’Italia resti in fondo alla classifica per il numero di persone tra i 55 ed i 64 anni che hanno un’occupazione, anche se la loro percentuale è salita dal 30% del 2007 al 40% del 2012 – si resta ancora lontani dalla media Ocse del 55%.

photo credit: Monica Arellano-Ongpin via photopin cc