Lo sapete tutti, la riforma delle pensioni targata Elsa Fornero ha allontanato la possibilità di andare in pensione a decine di migliaia di italiani. Ora si può accedere alla pensione solo se si hanno 66 anni e tre mesi – l’unica eccezione vale per le donne del settore privato, in questo caso si può andare in pensione a 63 anni e nove mesi.

Oltre all’età di cui abbiamo detto sarà necessario avere 41 anni e sei mesi di contributi per le donne – e un’annualità in più per gli uomini. Per le donne poi è possibile andare in pensione anche prima (57-58 anni) a condizione di avere 35 anni di contributi – comunque l’assegno sarà più basso, visto che si calcolerà con il metodo contributivo.

C’è da rilevare poi che dal 2016 questi valori verranno adeguati alla speranza di vita rilevata dall’Istat. Questo ricalcolo avverrà prima a cadenza triennale e poi biennale. E giusto per non farci mancare nulla, la legge ha stabilito che l’età per la pensione – o gli anni di contribuzione – potranno solo aumentare di un anno ogni decennio, anche in presenza di una speranza di vita più breve

L’altra spada di Damocle sulla nostra testa è rappresentata dall’importo del nostro assegno pensionistico. La pensione non sarà più rapportata alle nostre ultime annualità di stipendio - sistema retributivo -, ma piuttosto all’importo dei versamenti effettuati durante la nostra vita lavorativa – sistema contributivo.

Per cui chi avrà avuto una carriera regolare e resterà al lavoro anche oltre l’età minima potrà avere un tasso di sostituzione dello stipendio pari anche all’80%, ma sarà più comune doversi accontentare di assegni pensionistici di importo ridotto. Per questo una scelta potrebbe essere quella di ricorrere alla previdenza complementare, che potrebbe alzare il tasso di sostituzione del 10-15%.


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