Il governo Monti ha aggredito con molta determinazione il settore della previdenza mettendo nelle priorità della sua agenda la riforma delle pensioni. Tuttavia non si tratta di un unicum, di una scelta che riguarda soltanto l’Italia. 

La popolazione invecchia e va da sé che molti governi siano interessati ad adeguare il momento dell’uscita dal lavoro all’aspettativa di vita. Quindi più si vive e più si lavora. Una considerazione che serve anche ai conti dei paesi che altrimenti spenderebbero troppo per la previdenza.

In realtà le stime dicono che da qui al 2050 ci sarà un incremento della spesa per le pensioni, dall’8,4% del PIL fino all’11,4%. Soltanto la Francia, finora, ha pensato di ridurre l’età pensionabile, un punto che era cruciale nella campagna elettorale di Hollande.

Mentre gli altri paesi, a grandi linee, hanno fatto quel che sta facendo anche l’Italia. L’Economist, quindi, ha preso i dati dell‘OCSE sulle pensioni e li ha sistematizzati in un grafico confrontando la situazione del 1970 e quella dei giorni nostri. Si mettono in relazione l’aspettativa di vita, l’età delle persone che vanno in pensione e l’età pensionabile così come la definisce la legge.

Si fa il caso degli uomini che grosso modo non subiscono variazioni nel trattamento. In Italia, dice l’Economist, nel 1970 si viveva meno di 80 anni, per legge si doveva andare in pensione a 60 anni ma poi l’età effettiva della ritirata dal lavoro era di 65 anni.

Nel 2010 invece l’aspettativa di vita si era allungata, si andava oltre gli ottant’anni, ma si lavorava meno: per legge si poteva andare in pensione anche a 59 anni, e poi ci si ritirava dal lavoro appena compiuti di 60.