Il termine spending review è diventato di moda anche in Vaticano. Papa Francesco intende iniziare con lo Ior, la banca vaticana finita innumerevoli volte al centro di scandali dai tempi del delitto Calvi fino ai giorni nostri: l’ultimo scandalo riguarda il dossier Gotti Tedeschi – ex presidente della banca vaticana – secondo il quale diversi conti cifrati sarebbero riconducibili a faccendieri e prestanome di boss mafiosi, come Matteo Mesina Denaro.

Dal nuovo papa è lecito aspettarsi una profonda riforma dell’istituto vaticano. Per ora sono stati fatti solo i primi passi: con una decisione recente papa Francesco ha deciso di tagliare il gettone di presenza dei cardinali nella commissione che sovrintende la banca. Sono 2.100 euro al mese che vanno a sommarsi ai 5.000 euro che spettano ad ogni prelato come stipendio.

L’idea sarebbe quella di cancellare o almeno di attenuare progressivamente la differenza di stipendio tra chi lavora per lo Ior e gli altri dipendenti laici del Vaticano.  Per ora l’istituto vaticano ha deciso di non utilizzare più le auto blu per gli spostamenti dei consiglieri laici. Una misura che si affianca alla scelta del nuovo papa di non erogare ai 4.600 dipendenti vaticani la gratifica che in passato veniva erogata in occasione dell’elezione di un nuovo papa: nel 2005, in occasione dell’elezione di Benedetto XVI, erano stati 1.500 euro.

Difficile capire quali sono i progetti di papa Francesco sullo Ior. L’unica cosa sicura sono le parole dette qualche giorno fa: Quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e diventa un po’ burocratica, ecco che perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una Ong. Ma la Chiesa non è una Ong. E’ una storia d’amore”.

E continua dopo essersi guardato attorno: “ma qui ci sono quelli dello Ior. Scusatemi, eh! Certo, tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma fino ad un certo punto: solo come aiuto a questa storia d’amore. Se però l’organizzazione prevale sull’amore, la Chiesa, poveretta, diventa una Ong. E questa non è la strada”.
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